“La Grande Bugia è una bugia così enorme da far credere alla gente che nessuno potrebbe avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame” - (Adolf Hitler, “Mein Kampf”)

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martedì 30 giugno 2009

Archivio Genchi: la giustizia dei capi di Gabinetto.





di Monica Centofante
(Giornalista)



da Antimafiaduemila del 29 giugno 2009


Qualche tempo fa, quando il gip Maria Teresa Belmonte aveva archiviato alcune indagini sull’allora pubblico ministero Luigi de Magistris, si era gridato allo scandalo.

Perché per ragioni di opportunità quel giudice, che era nientepopodimenoche la moglie del fratello di Michele Santoro (colpevole di essersi occupato di de Magistris nel corso di alcune puntate di Annozero), avrebbe dovuto astenersi dall’incarico poiché per qualche imprecisato motivo non avrebbe potuto prendere una decisione serena e imparziale.

Giovedì e venerdì scorsi la Corte di Cassazione si è espressa su due ricorsi presentati dalla Procura di Roma contro la decisione del Tribunale del Riesame che l’8 aprile aveva ordinato di restituire l’archivio sottratto dalla stessa procura a Gioacchino Genchi, già consulente di de Magistris.

Con accuse anche fantasiose, come quella di violazione del segreto di Stato nell’acquisizione dei dati di traffico di utenze in uso a 007: reato che nel codice non esiste, quindi inventato.

Nel primo giorno di udienza la quinta sezione della Suprema Corte ha dichiarato l’inammissibilità in radice del ricorso, il che avrebbe dovuto avere, come naturale conseguenza, quella di vedere confermato il dissequestro anche nel corso dell’udienza di venerdì.

Ma le cose sono andate diversamente.

Perché il procuratore generale si è sorprendentemente dichiarato in disaccordo con l’orientamento assunto dal suo stesso ufficio il giorno precedente e ha chiesto alla Corte di dare ragione ai pubblici ministeri di Roma Achille Toro e Nello Rossi.

Che sono quelli che avevano eseguito il sequestro, ma sono anche quelli che appaiono in atti di indagini per le quali il dottor Genchi aveva ricevuto incarichi dall’Autorità Giudiziaria.

In parole povere: anche loro parte di quell’archivio.

Nello specifico, ci aveva spiegato l’avvocato Fabio Repici, legale del consulente, vi sarebbero tra l’altro conversazioni del dottor Toro che nel “maggio 2006 concordava con altra persona, con insospettabili capacità profetiche, gli incarichi al ministero della Giustizia presso l’appena nominato ministro Mastella e presso altri ministeri, riferendo anche gli incarichi graditi da altri magistrati romani, ivi compreso il dr Nello Rossi”.

In quello stesso periodo – mentre era in corso l’indagine Why Not - Toro diventava capo di Gabinetto del Ministro Bianchi nel governo Prodi, mentre il ministro Ferrero, nello stesso governo, sceglieva per quell’incarico il dott. Franco Ippolito.

Che, guarda il destino, ritroviamo venerdì come relatore all’udienza che si è tenuta davanti alla sesta sezione penale della Cassazione.

La quale era chiamata a decidere proprio sulla parte del ricorso che riguardava i tabulati di utenze telefoniche riferite, tra gli altri, a Clemente Mastella e Romano Prodi perché entrambi indagati in Why Not (il primo ora archiviato).

Alla fine la Suprema Corte decide di confermare il dissequestro di copia dell’archivio riguardante i tabulati che si riferiscono a utenze dei servizi segreti.

Ma dà ragione alla Procura capitolina nella parte del ricorso con il quale si chiedeva il ripristino del sequestro di copia dell’archivio con riferimento ai tabulati delle utenze telefoniche di parlamentari: e quindi proprio a Romano Prodi, Clemente Mastella e altri, per i quali annulla senza rinvio, chiudendo definitivamente la questione.

Nella sicura soddisfazione di indagati ed ex indagati nonché di Achille Toro e Nello Rossi.

Quest’ultimo, tra l’altro, fino a due anni fa impiegato proprio alla sesta sezione penale della Corte di Cassazione, quindi un ex-collega.

Lo scenario lascia spazio a qualche dubbio o perplessità, ma nessuno, questa volta, ha pensato di gridare allo scandalo.

Così come non era accaduto neppure quando la Procura di Roma, nonostante la decisione del Tribunale del Riesame, si era arbitrariamente e illegalmente rifiutata di restituire l’archivio al suo legittimo proprietario.

In quell’occasione l’avv. Repici si era chiesto: “Cosa assicura ai magistrati romani l’impunità davanti al Csm ed al ministro della giustizia?”.

La risposta, forse, è arrivata oggi.




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Le pulizie pasquali






di Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)





da Toghe Rotte del 30 giugno 2009


Dunque secondo il Presidente della Repubblica, occorre una tregua: opposizione e stampa debbono evitare di ricordare ai Capi di Governo che parteciperanno al G8 le ragioni di dissenso nei confronti dell’attuale maggioranza e del Presidente del Consiglio (l’opposizione) e il particolare stile di vita che caratterizza Berlusconi nonché eventuali informazioni sullo svolgersi dei procedimenti penali che, a vario titolo, lo riguardano o potranno riguardarlo (l’informazione).

C’è anche chi ha letto il monito del Presidente della Repubblica come un invito alla magistratura: per il momento stop ad inchieste giudiziarie che possano coinvolgere esponenti politici e, naturalmente e in particolare, il Presidente del Consiglio.

Tutto ciò a salvaguardia della dignità e del prestigio internazionale dell’Italia.

Non credo che si possa essere d’accordo: né sui contenuti né sull’opportunità.

Non viviamo per fortuna, in un mondo nel quale sia possibile nascondere fatti ed opinioni.

Tutti i Capi di Stato e l’entourage che li circonda conoscono benissimo le disavventure del nostro Paese e gli avvenimenti che, non da oggi, hanno fornito un’immagine di Berlusconi e della classe politica italiana tutt’altro che lusinghiera.

E’ anche ovvio che le televisioni e la stampa estera, che hanno una tradizione di professionalità ed indipendenza ben diversa da quella che caratterizza i nostri organi di informazione, si sono preparate per fornire ai cittadini dei loro Paesi informazioni importanti sotto il profilo politico e particolarmente gustose sotto quello del costume.

Insomma, secondo il Presidente della Repubblica, opposizione e informazione dovrebbero comportarsi come le classiche poco scrupolose massaie che, si dice, raccolgano con la scopa la spazzatura e la nascondano sotto il tappeto.

Ma non ha pensato, Napolitano, al pessimo servizio che gli organi di informazione renderebbero all’Italia se, non sia mai, il suo invito venisse accolto?

Non ha pensato che all’estero tutti conoscono benissimo le gravi vicissitudini giudiziarie di una classe politica fondata sul malaffare e il comportamento privato del Presidente del Consiglio, giudicato, in quei Paesi, incompatibile con il suo ruolo pubblico?

Non ha pensato, che non c’è modo di nascondere queste nostre disgrazie?

Non ha pensato che un atteggiamento servile ed opportunistico degli organi di informazione italiani darebbe il colpo di grazia all’immagine internazionale del nostro Paese che apparirebbe come una qualsiasi dittatura in cui non solo il potere fa quello che vuole e se ne infischia della legge ma è anche in grado di impedire che i cittadini ne siano informati?

Non ha pensato che dignità e prestigio non si acquistano con ipocrisia e servilismo ma con il coraggio di non nascondere le proprie debolezze e con l’impegno a divenire migliori?

Non ha pensato che una manifestazione di indipendenza e autonomia da parte degli organi di informazione e di quella parte della classe politica che non si riconosce nei metodi, nello stile, nei contenuti dell’attuale maggioranza potrebbe dare del nostro Paese un’immagine di vitalità, di democrazia, di libertà; e che proprio questo (forse, le ferite aperte nella rappresentazione pubblica dell’Italia sono molte e profonde) potrebbe contribuire a renderlo più credibile ed affidabile?

E non ha pensato infine che le strumentalizzazioni che i politici più incauti e spregiudicati avrebbero fatto del suo messaggio (alludo all’interpretazione della dichiarazione di Napolitano data da Gasparri, secondo cui la tregua dovrebbe essere osservata anche e soprattutto dalla magistratura) sarebbero state obbiettiva dimostrazione per il resto del mondo che ci visita e ci valuta che l’Italia è un Paese in cui la magistratura non è autonoma e indipendente e che deve soggiacere agli indirizzi della politica, sia pure espressi attraverso chi ne è al vertice e che dovrebbe rivestire un ruolo di arbitro e di garante dei fondamentali principi democratici?

Tutto ciò sui contenuti.

Ma, come ho detto, il messaggio di Napolitano deve essere criticato anche sotto il profilo dell’opportunità.

Perché una tregua dovrebbe essere concessa ad una maggioranza in difficoltà da un opposizione che, fedele al suo ruolo, lo esercitasse in maniera conforme ai principi democratici, rivelando le debolezze e le difficoltà del governo?

Perché, proprio quando queste debolezze e difficoltà potrebbero consentire all’opposizione di conseguire significativi vantaggi politici, questa dovrebbe rinunciare ad evidenziarle?

Una tregua avvantaggia sempre chi, in un dato momento, è più debole dell’avversario; e non si è mai visto un arbitro invocare una tregua che vada a vantaggio di uno solo dei due contendenti.

Per finire: ogni opinione è rispettabile e quelle del Presidente della Repubblica non solo lo sono al massimo livello ma hanno una obbiettiva autorità che è percepita da tutti i cittadini.

E’ proprio sicuro Napolitano che sia buona cosa definire le condotte riprovevoli del Presidente del Consiglio oggetto di una polemica da cui è bene (sia pure temporaneamente) astenersi piuttosto che comportamenti incompatibili con una carica pubblica di vertice e dunque argomento di irrinunciabile dibattito politico?




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Io oblio, tu taci, egli auspica




di Marco Travaglio
(Giornalista)




da L’Unità del 30 giugno 2009


Il Senato sta per approvare la legge bavaglio-guinzaglio per la cronaca giudiziaria e per le intercettazioni della magistratura.

L’on. Carolina Lussana (Lega Nord) prepara il bavaglio anche per Internet, vietando di pubblicare persino le condanne dopo un po’ di anni in nome del “diritto all’oblio” (l’ideale, nel paese dei senza memoria).

Il ministro Tremonti, dopo aver giurato “mai più condoni”, apparecchia l’ennesimo condono per i grandi evasori camuffato da “scudo fiscale”, che poi è un’operazione di riciclaggio di Stato: chi ha accumulato soldi sporchi all’estero (perché guadagnati con traffici di droga, armi, persone o perché sottratti al fisco) potrà farli comodamente rientrare pagando una tassa del 4-6% anzichè del 45%.

Così lo Stato farà concorrenza alle “lavanderie” criminali, che per 100 euro sporchi ne restituiscono 50-60 puliti (lo Stato, invece, ne restituirà 94-96).

A Bari non passa giorno senza che emergano nuove porcherie nella Puttanopoli di Al Tappone e dei suoi amici papponi e/o spacciatori.

Il premier, fra una escort e l’altra, partecipa a simpatiche cenette con giudici costituzionali che dovranno valutare la costituzionalità del Lodo Al Fano che gli regala l’impunità, alla presenza dello stesso Al Fano e del solito Letta.

Il governo del malaffare affida i lavori per la prima “new town” nell’Abruzzo terremotato al socio di tre soci del mafioso don Vito Ciancimino.

E nessuno dice niente.

A parte il capo dello Stato, che comprende “le ragioni dell’informazione e della politica”, ma auspica “una tregua nelle polemiche fino al G8”.

Che cos’è, uno scherzo?


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Internet e diritto all'oblio: quando la memoria cade in prescrizione






di Antonello Tomanelli
(Avvocato)





da Difesa dell’informazione del 28 giugno 2009



Il generale Rafael Videla, capo della giunta militare che governò l’Argentina tra il 1976 e il 1981, amava ripetere che “la memoria è sovversiva”.

Il senso della frase è che niente che possa nuocere al Potere va ricordato.

In un’ottica opposta, Roberto Scarpinato, magistrato antimafia della procura di Palermo, dice che “la memoria è come un indice puntato contro i crimini del Potere”.

Carolina Lussana, deputata della Lega, ha fatto propria la tesi del dittatore argentino presentando alla Camera dei Deputati il disegno di legge n. 2455, che vuole regolamentare il cosiddetto “diritto all’oblìo” su internet.

Un disegno di legge che impedirebbe di mantenere in Rete, decorso un certo periodo di tempo, informazioni su persone che in precedenza hanno avuto guai con la Giustizia.

Molto sinteticamente, il diritto all’oblìo, creato da quella giurisprudenza degli anni ‘70, attentissima ai diritti della persona, che lo collocò tra i diritti inviolabili di cui all’art. 2 Cost., è il diritto di ognuno a non vedere riproposti al pubblico fatti propri che in passato furono oggetto di cronaca.

A volte è sufficiente una singola pubblicazione perché una notizia venga acquisita con completezza dalla collettività.

Altre volte sono necessari approfondimenti, che fanno sì che la notizia perduri nel tempo.

In ogni caso, a partire dal momento in cui il fatto è acquisito nella sua interezza, l’interesse pubblico alla sua riproposizione va scemando fino a scomparire, come se diventasse un fatto privato, e sorge il presupposto del diritto all’oblìo.

Una tutela sacrosanta.

Ma che, per ovvi motivi, riguarda il “cittadino X”, il tossicodipendente che per procurarsi la dose rapinò la bottega, o l’anonimo funzionario che si fece corrompere per coprire un abuso edilizio.

Non certo il politico di lungo corso, quello il cui rapporto con la collettività perdura nel tempo e che sarà sempre attenzionato dall’opinione pubblica, anche per ciò che riguarda il passato.

Ebbene, il disegno di legge presentato dalla deputata Lussana cancella questo principio.

Detta una normativa generale sui termini massimi di permanenza in Rete della notizia di un procedimento penale a carico di chicchessia, pena una sanzione amministrativa da 5.000 a 100.000 Euro ai danni del proprietario del sito.

I termini variano a seconda che si tratti di assoluzione o archiviazione (un anno), di amnistia o prescrizione (due anni), di una condanna definitiva.

In quest’ultimo caso, i termini sono maggiori e dipendono unicamente dall’entità della pena inflitta con la sentenza di condanna.

Ma, cosa più importante, non si guarda all’autore del fatto.

La normativa riguarda tanto il pastore che uccide per riprendersi la pecora quanto il presidente del Consiglio.

E certo non rassicura l’art. 3, comma 3° lettera c), secondo cui la cancellazione dei dati sul web non può imporsi in riferimento a chi “esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti”.

Si badi bene: “per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni”.

Ciò significa, per fare un esempio noto, che se, come è ormai certo, interverrà la prescrizione in favore di Silvio Berlusconi una volta ripreso nei suoi confronti il processo Mills, per ora sospeso dal lodo Alfano ma che in primo grado ha accertato la posizione di Berlusconi quale corruttore, le relative notizie potranno rimanere in Rete per soli due anni.

Perché quel reato Berlusconi non lo avrebbe commesso nell’esercizio di funzioni pubbliche.

Allo stesso modo, i fatti contenuti in un decreto di archiviazione, che ha ad esempio accertato che un noto politico è abituale commensale di un mafioso ma non la sua partecipazione a Cosa Nostra, potranno rimanere in Rete per non più di un anno.

In pratica, questo disegno di legge interviene a gamba tesa sul concetto di interesse pubblico, che viene graduato in maniera molto discutibile.

In caso di condanna, la relativa notizia potrà essere mantenuta in Rete per un tempo che varia in funzione della pena comminata dal giudice, non dell’interesse obiettivo che suscita il fatto.

Ed ecco il paradosso.

Chi è stato condannato all’ergastolo per aver avvelenato la moglie, rimarrà per sempre nei motori di ricerca.

Invece, del più grave episodio di corruzione della storia della Repubblica non rimarrà più traccia passati cinque anni.

A questo porterà la geniale trovata dell’onorevole Lussana.

Le generazioni future sapranno tutto sui delitti di Erba, Garlasco, Cogne, Perugia e simili. Ma niente su una nuova Tangentopoli.

Si noti, poi, come la logica sottesa a questo disegno di legge ricalchi quella della prescrizione del diritto penale.

La prescrizione è l’estinzione del reato per decorso del tempo senza che sia stata emanata sentenza definitiva.

Si parte, cioè, dal presupposto che trascorso un certo periodo di tempo, che varia a seconda della gravità del reato, lo Stato rinuncia a punire l’autore perché non ne ha più l’interesse.

Lo Stato prima o poi dimentica, tranne i reati punibili con l’ergastolo, che sono imprescrittibili.

Allo stesso modo, questo disegno di legge impone alla collettività, decorso un certo periodo di tempo che varia a seconda della pena inflitta, di non nutrire più interesse alla conoscenza di determinati fatti.

Vengono subito alla mente i reati dei colletti bianchi, che certo non tagliano la gola ai propri familiari.

La collettività viene quindi privata della memoria in ordine a fatti la cui conoscenza è indispensabile per poter giudicare una classe dirigente.

E’ come se la memoria storica cadesse in prescrizione.

Per dirla con il collega Guido Scorza, viene meno il “diritto alla Storia”.

Ritorna in mente la frase del generale Videla (“La memoria è sovversiva”).

E niente più dito puntato contro i crimini del Potere, parafrasando il magistrato Roberto Scarpinato.

Ma vi sono altre considerazioni di ordine logico che non si possono tralasciare, e che svelano una evidente scarsa conoscenza dell’istituto del diritto all’oblio da parte dell’onorevole Lussana.

E’ noto, infatti, che l’elemento caratterizzante il diritto all’oblio sta nella riproposizione di un fatto che fu oggetto di cronaca in passato, quando l’interesse pubblico intorno ad esso si è ormai sopito.

Si badi bene: “riproposizione”.

Vale a dire: si vìola il diritto all’oblio quando il gestore di un’informazione, senza che sussista un interesse pubblico, la ripropone alla collettività.

Qui da parte del lettore vi è un’apprensione passiva del fatto già oggetto di cronaca in passato.

Riproporre un fatto alla collettività significa elevarlo al rango di notizia, quindi pubblicarlo, ad esempio, su un quotidiano (o un periodico) oppure inserirlo nella home page del proprio sito.

Il disegno di legge in questione impedisce, invece, l’apprensione attiva di un fatto, la sua acquisizione attraverso un’attività di ricerca da parte dell’utente sugli appositi motori della Rete.

E’ come se il legislatore imponesse a tutte le biblioteche di rendere inaccessibile gran parte del proprio materiale cartaceo, decorso un certo periodo di tempo.

Se davvero si fosse voluto tutelare il diritto all’oblio, non ci sarebbe stato alcun bisogno di creare una normativa ad hoc.

I principi dell’ordinamento già tutelano la persona contro le indebite riproposizioni di fatti passati.

Se chi ha picchiato un altro per un parcheggio vuole far sparire il proprio nome dalla cronaca locale di un sito male aggiornato, non ha che da rivolgersi al tribunale o al Garante della Privacy, che provvederà senza indugio a far rimuovere quei dati imbarazzanti, con rifusione delle spese legali, laddove non sussista più alcun interesse pubblico al loro mantenimento.

Pertanto, dire che il disegno di legge dell’onorevole Lussana vìola l’art. 21 Cost., che sancisce la libertà di espressione, è cosa scontata.

C’è di peggio.

Qui è la formazione culturale delle future generazioni ad essere messa a repentaglio.

Prevedere una normativa che obblighi sempre e comunque, decorso un certo periodo di tempo, a rimuovere dal web una notizia a prescindere dalla valutazione concreta della sussistenza di un interesse pubblico al suo mantenimento, significa privare i posteri di un fondamentale strumento di controllo delle elités del Potere, notoriamente refrattarie ad un ricambio generazionale.

Una privazione che si sostanzia nella violazione del principio di sovranità popolare, sancito all’art. 1 Cost., che vuole che i governanti siano scelti dal popolo, ma con cognizione di causa.

Non solo.

Qui è anche il principio costituzionale di eguaglianza sostanziale ad essere violato.

Dice l’art. 3, comma 2°, Cost.: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Quegli ostacoli, più che rimuoverli, il disegno di legge Lussana li frappone.

Imporre automaticamente l’oblio su fatti e misfatti di indubbio interesse pubblico provocherebbe uno scollamento tra i detentori del Potere e chi conferisce loro il mandato a governare, col risultato di vanificare quella “partecipazione” di tutti i cittadini al governo del Paese, voluta dalla Costituzione e che è alla base di ogni democrazia.




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Consulta, la cena segreta




di Peter Gomez
(Giornalista)





da L’Espresso del 25 giugno 2009


Un incontro carbonaro tra il premier, Alfano, Ghedini e due giudici della Corte Costituzionale. Per parlare di giustizia. Ma sullo sfondo c’è anche l’immunità di Berlusconi

Le auto con le scorte erano arrivate una dopo l’altra poco prima di cena.

Silenziose, con i motori al minimo, avevano imboccato una tortuosa traversa di via Cortina d’Ampezzo a Roma dove, dopo aver percorso qualche tornante, si erano infilate nella ripida discesa che portava alla piazzola di sosta di un’elegante palazzina immersa nel verde.

Era stato così che in una tiepida sera di maggio i vicini di casa del giudice della Corte costituzionale Luigi Mazzella, avevano potuto assistere al preludio di una delle più sconcertanti e politicamente imbarazzanti riunioni, organizzate dal governo Berlusconi.

Un incontro privato tra il premier e due alti magistrati della Consulta, ovvero l’organismo che tra poche settimane dovrà finalmente decidere se bocciare o meno il Lodo Alfano: la legge che rende Silvio Berlusconi improcessabile fino alla fine del suo mandato.

Del resto che quello fosse un appuntamento particolare, gli inquilini della palazzina lo avevano capito da qualche giorno.

Ilva, la moglie di Mazzella, aveva chiesto loro con anticipo di non posteggiare autovetture davanti ai garage.

“Non stupitevi se vedrete delle body-guard e se ci sarà un po’ di traffico, abbiamo ospiti importanti ...”, aveva detto la signora Mazzella alle amiche.

Così, stando a quanto ‘L’espresso’ è in grado ricostruire, a casa del giudice si presentano Berlusconi, il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini.

Con loro arriva anche un altro collega di Mazzella, la toga Paolo Maria Napolitano, eletto alla Consulta nel 2006, dopo essere stato capo dell’ufficio del personale del Senato, capo gabinetto di Gianfranco Fini nel secondo governo Berlusconi e consigliere di Stato.

Più fonti concordano nel riferire che uno degli argomenti al centro della riunione è quello delle riforme costituzionali in materia di giustizia.

Sul punto infatti Berlusconi e Mazzella la vedono allo stesso modo.

Non per niente il giudice padrone di casa è stato, per scelta del Cavaliere, prima avvocato generale dello Stato e poi, nel 2003, ministro della Funzione pubblica, in sostituzione di Franco Frattini, volato a Bruxelles come commissario europeo.

Infine l’elezione alla Consulta a coronamento di una carriera di successo, iniziata negli anni Ottanta, quando il giurista campano militava in un partito non certo tenero con i magistrati, come il Psi di Bettino Craxi (ma lui ricorda di aver mosso i primi passi al fianco dell’avversario di Craxi, Francesco De Martino), diventando quindi collaboratore e capo di gabinetto di vari ministri, tra cui il suo amico liberale Francesco De Lorenzo (all’epoca all’Ambiente), poi condannato e incarcerato per le mazzette incassate quando reggeva il dicastero della Sanità.

La cena dura a lungo.

E a tenere banco è il presidente del Consiglio. Berlusconi sembra un fiume in piena e ripropone, tra l’altro, ai presenti una sua vecchia ossessione: quella di riuscire finalmente a riformare la giustizia abolendo di fatto i pubblici ministeri e trasformandoli in “avvocati dell’accusa”.

L’idea, con Mazzella e Napolitano, sembra trovare un terreno particolarmente fertile.

Il giudice padrone di casa non ha mai nascosto il suo pensiero su come dovrebbero funzionare i tribunali.

Più volte Mazzella, come hanno in passato scritto i giornali, ha ipotizzato che la funzione di pm fosse svolta dall’avvocatura dello Stato.

Solo che durante l’incontro carbonaro l’alto magistrato si trova a confrontarsi con uno che, in materia, è ancora più estremista di lui: il plurimputato e pluriprescritto presidente del Consiglio.

E il risultato della discussione, a cui Vizzini, Alfano e Letta assistono in sostanziale silenzio, sta lì a dimostrarlo.

‘L’espresso’ ha infatti potuto leggere una bozza di riforma costituzionale consegnata a Palazzo Chigi un paio di giorni dopo il vertice.

Una bozza che adesso circola nei palazzi del potere ed è anche arrivata negli uffici del Senato in attesa di essere trasformata in un articolato e discussa.

Si tratta di quattro cartelle, preparate da uno dei due giudici, in cui viene anche rivisto il titolo quarto della carta fondamentale, quello che riguarda l’ordinamento della magistratura.

Nove articoli che spazzano via una volta per tutte gli ‘odiati’ pubblici ministeri che dovrebbero essere sostituiti da funzionari reclutati anche tra gli avvocati e i professori universitari.

Per questo è previsto che nasca un nuovo Consiglio superiore della magistratura (Csm) aperto solo ai giudici, presieduto sempre dal presidente della Repubblica, ma nel quale entrerà di diritto il primo presidente della Corte di cassazione, escludendo invece il procuratore generale degli ermellini.

L’obiettivo è evidente.

Impedire indagini sui potenti e sulla classe politica senza il placet, almeno indiretto, dell’esecutivo.

Del resto il progetto di Berlusconi di incrementare l’influenza della politica in tutti i campi riguardanti direttamente o indirettamente la giustizia trova conferma anche in altri particolari.

Per il premier va rivisto infatti pure il modo con cui vengono scelti i giudici della Corte costituzionale aumentando il peso del voto del parlamento.

Anche la riforma della Consulta è un vecchio pallino di Mazzella.

Nei primissimi anni ‘90 il giurista, quando era capogabinetto del ministro delle Aree urbane Carmelo Conte, aveva tentato di sponsorizzare con un articolo pubblicato da ‘L’Avanti’ l’elezione a presidente della Corte dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli e aveva lanciato l’idea di modificare la Carta per affidare direttamente al capo dello Stato il compito di sceglierne in futuro il presidente.

Allora i giudici non l’avevano presa bene.

Da una parte, il pur stimatissimo Vassali, era appena entrato a far parte della Consulta e se ne fosse diventato il numero uno per legge avrebbe ricoperto quell’incarico per nove anni.

Dall’altra una modifica dell’articolo 138 della Costituzione avrebbe finito per far aumentare di troppo il peso del presidente della Repubblica che già nomina cinque giudici.

Per questo era stato ricordato polemicamente proprio dagli alti magistrati che stabilire una continuità tra Quirinale e Consulta era pericoloso.

Perché la Corte costituzionale è l’unico giudice sia dei reati commessi dal capo dello Stato (alto tradimento e attentato alla Costituzione), sia dei conflitti che possono sorgere tra i poteri dello Stato, presidenza della Repubblica compresa. Altri tempi.

Un’altra Repubblica. E un’altra Corte costituzionale.

Oggi, negli anni dell’impero Berlusconi, un imputato che fonda buona parte del proprio futuro politico sulle decisioni della Corte, che dovrà pronunciarsi sul Lodo Alfano, può persino trovare due dei suoi componenti disposti a discutere segretamente a cena con lui delle fondamenta dello Stato. E lo fa sapendo che non gli può accadere nulla.

Al contrario di quelli dei tribunali, le toghe della Consulta, non possono ovviamente essere ricusate.

E dalla loro decisione passerà la possibilità o meno di giudicare il premier nei processi presenti e futuri.

A partire dal caso Mills e dal procedimento per i fondi neri Mediaset.



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Notte bianca contro la legge bavaglio




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domenica 28 giugno 2009

L’uomo che sapeva troppo poco



di Marco Travaglio
(Giornalista)


da L’Espresso del 2 luglio 2009


Da quando, in via del tutto ipotetica, il suo on. avv. Niccolò Ghedini l’ha definito “utilizzatore finale” di prostitute a sua insaputa, Silvio Berlusconi si staglia come il politico più ingenuo o più sfortunato della storia dell’umanità.

Dal 1974 al 1976 ospita nella villa di Arcore un noto mafioso, Vittorio Mangano, intimo del suo segretario Marcello Dell’Utri e già raggiunto da una dozzina fra denunce e arresti, ma lo scambia per uno stalliere galantuomo: anche quando glielo arrestano due volte in casa.

Dal 1978 (almeno) al 1981 è iscritto alla loggia deviata P2, convinto che si tratti di una pia confraternita.

Dal 1975 al 1983 le finanziarie Fininvest ricevono l’equivalente di 300 milioni, in parte in contanti, da un misterioso donatore, ignoto anche al proprietario: intatti, dinanzi ai giudici antimafia venuti a Palazzo Chigi per chiedergli chi gli ha dato quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere.

Negli anni ‘80 l’avvocato David Mills crea per il suo gruppo ben 64 società offshore nei paradisi fiscali, ma lui non sospetta nulla, anzi non sa nemmeno cosa sia la capofila All Iberian.

Questa accumula all’estero una montagna di fondi neri che finanziano, fra gli altri, Beffino Craxi (23 miliardi di lire) e Cesare Previti (una ventina).

Previti, avvocato di Berlusconi, ne gira una parte ai giudici romani Vittorio Metta (nel 1990) e Renato Squillante (nel 1991), ma di nascosto al Cavaliere.

Il quale però s’intasca il gruppo Mondadori grazie a una sentenza di Metta, corrotto da Previti con soldi Fininvest.

Nei primi anni ‘90 il capo dei servizi fiscali del gruppo, Salvatore Sciascia, paga almeno tre tangenti alla Guardia di finanza.

E nel 1994, quando la cosa viene fuori, il consulente legale Massimo Berruti tenta di depistare le indagini dopo un incontro a Palazzo Chigi col principale.

Ma questi non si accorge di nulla («Giuro sui miei figli»).

Nemmeno quando Sciascia e Berruti vengono condannati, tant’è che se li porta in Parlamento.

Nel 1997-98 Mills, testimone nei processi Guardia di Finanza e All Iberian, non dice tutto quel che sa e lo «salva da un mare di guai» (lo confesserà al commercialista).

Poi riceve 600 mila dollari dal gruppo di «Mr. B». E Mr. B sempre ignaro di tutto (rigiura sui suoi figli).

Di recente si scopre che il Nostro, nell’ottobre scorso, prese a telefonare a Noemi, una minorenne di Portici, proprio mentre il suo governo varava una legge per stroncare la piaga delle molestie telefoniche (“stalking”).

Ma lui scopri che era minorenne solo quando fu invitato al suo diciottesimo compleanno.

Ora salta fuori che Patrizia D’Addario, che trascorse con lui una notte a Palazzo Grazioli, è una nota “escort” barese, pagata da un amico dei premier (“l’utilizzatore iniziale”?).

Ma lui non ne sapeva nulla, tant’è che in quel mentre il suo governo varava una legge per arrestare prostitute e clienti.

É sempre l’ultimo a sapere.

Può un uomo così ingenuo, o sfortunato, o poco perspicace, fare il presidente del Consiglio?



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martedì 16 giugno 2009

L'imparzialità del Presidente





di Bruno Tinti
(ex Procuratore della Repubblica Aggiunto di Torino)




da TogheRotte


I discorsi ufficiali costituiscono sempre un problema: non si capisce mai bene cosa vogliano dire davvero. Restiamo tutti lì a pensare: ma con chi ce l’ha?

Così mi è successo con l’ultimo discorso del Presidente della Repubblica, quello pronunciato davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.

E mi sono chiesto: ma se esprimo, nel modo più garbato e civile, le mie perplessità; e poi mi dicono che non ho capito niente e che Napolitano voleva dire cose diverse da quelle che ho capito io; che figura ci faccio?

Poi ho pensato che qualcuno doveva pur sacrificarsi perché le parole del Presidente della Repubblica sono importanti e, se sono state dirette contro le persone e le istituzioni sbagliate, allora, sempre nel modo più garbato e civile, la cosa va rilevata.

E se invece sono state dirette contro quelle giuste, allora bisogna compiacersene.

Dunque, ha detto Napolitano che la giustizia non funziona; che i cittadini si sono stufati di questo disservizio e che hanno perso fiducia nella magistratura; che la colpa di ciò sta nell’incapacità della classe politica di intervenire con risorse economiche e provvedimenti legislativi adeguati. Riassunto, questo, sicuramente rozzo ma fedele.

Per quanto mi riguarda, non posso che convenire con questa diagnosi disperata.

Tanto più disperata perché sono propenso a ritenere che una classe politica che ha approvato il lodo Alfano, la riforma (l’abolizione) delle intercettazioni telefoniche e il bavaglio all’informazione; e che si appresta a sottrarre al Pubblico Ministero la disponibilità della Polizia Giudiziaria e la possibilità di iniziare autonomamente un’indagine; non desisterà né da tal genere di iniziative legislative (ma ormai il progetto complessivo è praticamente realizzato) né dall’affamare l’amministrazione giudiziaria, lasciandola nel coma in cui versa attualmente.

Poi però Napolitano ha detto che anche la magistratura ha le sue colpe: prima di tutto sul piano dell’efficienza del processo; poi per via di “tensioni e opacità sul piano dei complessivi equilibri istituzionali”; e poi per le “tensioni ricorrenti” al suo interno.

Diciamo che ha ragione nella misura di 1 su 3; è vero che la magistratura ha forti problemi con un Consiglio Superiore dominato dalle correnti, con un Associazione Nazionale Magistrati (il sindacato dei giudici) a sua volta dominata (in realtà costituita solo) dalle correnti, con una gestione della carriera dei magistrati troppo spesso inquinata da criteri clientelari e fatalmente destinata ad annullamenti (e pesanti critiche) ad opera del TAR.

Ma che l’inefficienza del processo e gli scontri con la politica siano addebitabili ai giudici, questo proprio no.

Napolitano non può ignorare che il nostro codice di procedura penale, malamente scopiazzato da quello statunitense e reso sempre più inefficiente da interventi incompetenti e improvvisati, non garantisce gli imputati (i cittadini poveri sono stritolati e i ricchi possono impunemente abusare dei loro diritti); e garantisce invece una durata infinita del processo.

Napolitano non può ignorare che i giudici italiani sono pochi (anche se non pochissimi) e soprattutto malamente distribuiti in una miriade di inutili e costosi piccoli uffici giudiziari che dilapidano le scarse risorse dell’amministrazione della giustizia.

Napolitano non può ignorare che il personale amministrativo (cancellieri, segretari, ufficiali giudiziari, commessi etc) è sottodimensionato nella misura di quasi il 40% di un organico che già sarebbe insufficiente se completo. E che la nostra ineffabile classe politica ha risolto il problema riducendo per legge questo organico alla misura attuale, con il che ha potuto affermare che esso è completo al 100%!

Napolitano non può ignorare che, per consentire un orario di lavoro che garantisca ai giudici l’indispensabile collaborazione del personale ausiliario, bisognerebbe pagare imponenti quantità di straordinari (sempre di contratto di pubblico impiego si tratta); e che non solo i pochi straordinari fatti non vengono pagati se non con enormi ritardi; ma è stato emanato un vero e proprio divieto di ricorrervi. Sicché, alle 14,30 di ogni giorno, tutti a casa.

Come possa il Presidente della Repubblica, certamente non ignaro del peso specifico delle sue esternazioni, affermare che “la magistratura non può non interrogarsi su sue corresponsabilità dinanzi al prodursi o all’aggravarsi delle insufficienze del sistema giustizia” proprio non si capisce.

Quanto alle “tensioni e opacità sul piano dei complessivi equilibri istituzionali”, Napolitano resta coerente.

Il suo intervento ai tempi dell’indagine sui magistrati di Catanzaro fu rivelatore di una precisa scelta di campo: di “guerra tra procure” si trattava e non di un’indagine che la Procura di Salerno doveva (doveva) aprire a seguito di una denuncia di numerosi e gravi reati commessi da quei magistrati.

E che ancora oggi, dopo il riconoscimento giurisdizionale della legittimità di quella indagine e dei provvedimenti adottati dai magistrati di Salerno, nessuno (e nemmeno il Presidente della Repubblica) abbia sentito la necessità di ristabilire la verità, attribuendo alle due Procure coinvolte nella presunta “guerra” il ruolo che loro competeva (Pubblici Ministeri che indagano su gravi reati attribuiti ad indagati, per caso anch’essi Pubblici Ministeri), non è cosa che lascia tranquilli proprio sul piano “dei complessivi equilibri istituzionali”.

Di nuovo Napolitano non può ignorare che la magistratura italiana è costantemente aggredita da quegli stessi uomini politici che, oggetto di indagine per gravi reati, si ribellano al controllo di legalità doverosamente esercitato nei loro confronti come nei confronti di qualsiasi altro cittadino.

E nemmeno può ignorare che questi indagati ed imputati eccellenti godono della chiassosa e spregiudicata solidarietà di tutta (o quasi) la classe politica italiana. Proprio come avvenne, per restare in tema, quando l’ex Ministro della Giustizia Mastella trasformò la sua “Relazione al Parlamento sullo stato della giustizia nel Paese” in una autocertificazione di innocenza, ricevendone un plauso generale.

E’ molto grave che il Presidente della Repubblica, di fronte ad una classe politica che, sistematicamente, tenta di garantire l’impunità a se stessa e ai suoi sostenitori mediante la delegittimazione della magistratura, non stigmatizzi esplicitamente questo progetto eversivo e pericolosissimo per l’ordinamento democratico; ma tenti di ridurre il problema, di nuovo, ad una “guerra” tra poteri istituzionali, dove politica e magistratura vengono messe sullo stesso piano, dove i magistrati vengono ritenuti capaci di commettere quelle stesse illegalità che essi tentano di accertare e reprimere in un contesto sempre più difficile e pericoloso, per loro come per il Paese.

Ecco, mi permetto di dire che il Presidente della Repubblica non ha bisogno di esibire imparzialità; che attribuire torti e ragioni non necessita di bacchettate a tutti i contendenti; che un giudice (ma si, restiamo in tema), per dimostrare quanto è “terzo e imparziale”, non ha bisogno di condannare un imputato solo per metà dei reati che il pubblico ministero gli ha contestato e di assolverlo per l’altra metà, anche se di quest’altra metà egli è colpevole.

Il primo Magistrato della Repubblica deve, proprio come l’ultimo dei Giudici o dei Sostituti Procuratori, non solo “essere” ma “apparire” imparziale.




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lunedì 15 giugno 2009

Pm protagonisti? Magari!




di Marco Travaglio
(Giornalista)




da L’Unità dell’11 giugno 2009

Mentre il presidente del Consiglio definisce «grumi eversivi» e «nemici politici» i giudici che han condannato il suo amico David Mills per essere stato corrotto da lui, impunito e impunibile per Lodo ricevuto; mentre racconta che suo padre, grande educatore, «mi diceva sempre: se vuoi far del male al prossimo devi fare il delinquente, o il pm, o il giornalista»; mentre impone alle Camere di abolire, senza discutere, le intercettazioni e la cronaca giudiziaria; mentre il procuratore di Napoli sottrae al pm titolare, avoca a sé e stralcia le indagini sul sottosegretario Bertolaso per la truffa dei rifiuti «per non intralciare l’azione del governo»; mentre il procuratore di Verona che indaga sui nazisti viene pestato in strada dai nazisti;

mentre partiti mandano al Parlamento europeo 4 pregiudicati e una decina di indagati, anche per mafia; mentre la Procura di Roma si arrampica sugli specchi per far archiviare il caso Berlusconi-Saccà e sequestrare per «violazione della privacy» le foto che ritraggono il premier con nani e ballerine aviotrasportati su aerei di Stato; mentre non si trova quasi più nessun pm che indaghi sui potenti o protesti contro le leggi che lo disarmano; mentre l’Anm non osa neanche pronunciare la parola «sciopero» e il Csm si dedica a cacciare anziché a difendere le poche toghe scomode superstiti; ecco, mentre accade tutto ciò, il capo dello Stato va al Csm e denuncia il «comportamento impropriamente protagonistico» di certi magistrati e gli «elementi di disordine e tensione che purtroppo si sono clamorosamente manifestati in talune procure».

Magari.




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sabato 13 giugno 2009

Noi magistrati abbiamo tanti difetti, ma non siamo affatto una “ultracasta”






di Nicola Saracino
(Magistrato)






E’ nelle librerie da qualche giorno il “saggio” dal titolo “Magistrati l’ultracasta” scritto da Stefano Livadiotti, giornalista in forza a L’Espresso, 246 pagine, editore Bompiani, prezzo di copertina 17 euro.

Nei toni somiglia alle invettive che quotidianamente da molti anni raggiungono la magistratura, usata ormai da certa stampa e dalla politica come il pugile percuote il sacco: colpisci duro tanto lui non risponde.

A zittire i magistrati è intervenuto persino il Capo dello Stato, nel suo ultimo discorso nella veste di Presidente del C.S.M..


Un concorso facile.

La selezione dei magistrati avviene con un concorso pubblico nazionale riservato ai laureati in giurisprudenza, muniti di ulteriori requisiti per l’acquisizione dei quali servono almeno altri due anni, dopo i cinque del corso universitario. Vi partecipano in massa i laureati di tutta l’Italia, di ogni provenienza. Consiste nel superamento di tre diverse prove scritte (caratterizzate dall’anonimato) e di una prova orale vertente praticamente su tutto il corso di laurea. Dietro all’ultimo dei vincitori vi sono migliaia di esclusi.
Chi ha un’idea migliore per selezionare i magistrati si faccia avanti.


Una categoria di impuniti.

La tecnica adottata da Livadiotti non si segnala per arguzia. L’autore, infatti, scorre alcune vicende disciplinari, circa una decina, relative a fatti che partono dagli anni settanta.
Bene: i magistrati ordinari sono più di diecimila e se in quarant’anni di attività tutto quello che può loro rimproverarsi sono quegli episodi avremmo da rallegrarcene.
Del resto è un po’ come se, nel giudicare la categoria dei giornalisti esaminassimo solo i casi di coloro che nascondono i fatti ai loro lettori, vendendosi a questo o a quel padrone; o come se, nel valutare la classe degli ingegneri, si prendessero ad esempio solo quelli che hanno fatto cadere ponti e palazzi; o ancora, se nel catalogare i professori si additassero quei pochi pedofili che la cronaca ha smascherato; la sanità italiana sarebbe, di questo passo, rappresentata solo dalle morti dei pazienti e non dalle loro guarigioni ; le forze dell’ordine dagli isolati collusi con la delinquenza anziché dai loro martiri; gli avvocati solo dagli azzeccagarbugli e così via.
La realtà è diversa. La Sezione Disciplinare del CSM è uno dei giudici disciplinari più severi che esistano (con circa il 30% di condanne), spesso troppo severo, proprio perché condizionato dall’esigenza “politica” di assecondare l’empito giustizialista anti-magistrato.


Eccoli i fannulloni.

Purtroppo il gossip è ben presto divenuto il metro dell’agire giornalistico, il massimo che oggi sembra in grado di offrire chi, invece, lo spaccia per “inchiesta”.
Il messaggio che se ne ricava non è nuovo, ma perentorio e senza appello: i magistrati guadagnano troppo e lavorano poco. I dati, sgangherati, che sorreggono la demagogica affermazione si possono leggere, ad esempio, a pagina 40.
Nell’assumere a pretesto una lontana decisione disciplinare che dirimeva in un caso concreto la questione relativa a quanto lavoro potesse pretendersi dal magistrato (dato che la sua attività non è assoggettata ad un orario di ufficio predeterminabile) il relatore aveva ipotizzato un monte ore annuo di 1560. Ebbene il matematico Livadiotti che cosa fa? Lo divide per 365, quanti sono i giorni dell’anno,ricavandone lo strabiliante risultato secondo cui i magistrati lavorano mediamente 4 ore al giorno. Peccato che se i giorni sono 365, le settimane sono 52, proprio come le domeniche; senza contare che essendo stata abolita la schiavitù, devono sottrarsi anche i 30 giorni di ferie (gli ulteriori 15 giorni sono solo nominalmente definite ferie, ma servono a smaltire l’arretrato, cioè a scrivere i provvedimenti incamerati nelle ultime settimane di effettivo servizio e vanno considerati a tutti gli effetti giorni di lavoro). Il conto della serva è dunque smentito: dividendo quel monte ore (la cui esattezza nessuno potrà mai verificare sul campo, può aggiungersi essendo onesti intellettualmente) per il giusto quoziente si ottiene il risultato medio di circa 6 ore giornaliere di lavoro. Esattamente corrispondente alle 36 ore settimanali richieste a qualsiasi altra categoria.


I ritardatari.

Se l’inaugurazione dell’anno giudiziario è avvenuta il 23 gennaio 2009 mentre i francesi l’hanno fatta prima, lo si deve al ritardo col quale il Ministro ha presentato al parlamento la sua relazione sulla giustizia (art. 86 dell’ordinamento giudiziario). Cosa lasci supporre che i tribunali fossero chiusi prima di quella data resta un autentico mistero non rivelato da Livadiotti: è semplicemente una balla, e si sa, alle balle non è possibile applicare il braccialetto elettronico, ahinoi, esse girano liberamente e nessuno le ferma più. Non era, dunque, un magistrato quello che Livadiotti ha visto sciare nelle settimane precedenti al 23 gennaio 2009. Se li ha visti c’è, comunque, la prova che lui era in montagna ed il libro lo ha scritto ad alta quota!


I paperoni.

Guadagniamo troppo. Per fare due calcoli ed assumere a riferimento “prestazioni” paragonabili ho già detto che bastano due o tre parcelle in favore degli avvocati che difendono parti ammesse al patrocino a spese dello Stato a coprire interamente lo stipendio di un magistrato. Un giudice civile definisce in media ogni mese non meno di 30 processi, con sentenze ed altri provvedimenti.
Lo stipendio del magistrato è dominato dal principio della onnicomprensività, vale a dire che vi è uno “sconto” forfettario per chi paga, e cioè per lo Stato, discendente dal fatto che per i magistrati, a differenza di qualunque altra categoria di lavoratori dipendenti, non è previsto alcun compenso per lo “straordinario” o per la “reperibilità” e se si ammalano viene loro decurtata notevolmente la retribuzione.
Le pantagrueliche entrate extra alle quali viene fatto riferimento sono semplicemente risibili, dato che i pochi incarichi non giudiziari interessano un’esigua minoranza di magistrati (circa il 10%) e riguardano per lo più l’insegnamento per poche ore all’anno, come ognuno potrà verificare sul sito http://www.csm.it/ dove sono pubblicizzati i nomi dei magistrati con compensi da “paperoni” (in genere ben al di sotto dei mille euro all’anno).


Le “promozioni” immeritate.

Un ulteriore aspetto che fa inalberare Livadiotti è che lo stipendio cresce, nel tempo, anche se il magistrato, nel tempo, continua a fare ... il magistrato! Ebbene, il responsabile di questo “scempio” Livadiotti poteva anche individuarlo, sol che avesse indagato un po’ più a fondo. Fu il Costituente, infatti, ad imporre che i magistrati si distinguano, tra loro, solo per le funzioni svolte. Questo perché un magistrato troppo ambizioso è anche incline al compromesso se all’agognato grado sia eventualmente collegato un aumento dello stipendio; così l’art. 107 Cost. ha cautamente sollevato il magistrato dal peso eccessivo del carrierismo, contrastante con la serenità che deve distinguerne il lavoro, ponendolo al riparo dall’esigenza di assecondare i voleri di questo o di quello, si dà rendere plausibile anche la prospettiva di rimanere giudice di un tribunale di provincia (ma a Livadiotti la provincia italiana, così bella e popolata da gente meravigliosa, fa poi così schifo? Forse che i provinciali non meritano buoni giudici? Boh ...).
Proprio perché i magistrati si distinguono solo per la diversità delle funzioni svolte quelle che Livadiotti chiama “promozioni” sono, in realtà, semplici verifiche della professionalità che si succedono al ritmo di quattro anni: ogni magistrato è sottoposto ad uno screening sulla quantità e qualità del suo lavoro, i suoi provvedimenti vengono esaminati “a campione”, cioè a caso, e se non ha demeritato supera la verifica. La progressione economica collegata all’acquisizione di maggiore esperienza professionale è nella natura delle cose; un professionista con maggiore esperienza solitamente guadagna molto di più di uno alle prime armi. Lo stesso Livadiotti omette di dirci quanto lui guadagnasse dieci anni fa e quanto guadagna oggi (libro a parte, da me acquistato “in promozione” a 14 euro).


Il bilancio della giustizia e la geografia giudiziaria.

L’autore ricorda che la maggior parte dei fondi stanziati per il funzionamento della giustizia sono impiegati nel pagamento degli stipendi e delle spese del patrocinio a spese dello Stato, lasciando al lettore l’idea della netta preponderanza della prima sulla seconda voce. Personalmente liquido mensilmente tre o quattro parcelle agli avvocati delle parti ammesse al patrocinio a spese dello Stato per un importo non inferiore a quello dello stipendio di un uditore giudiziario.
Per carità, la difesa dei non abbienti è sacra, ma Livadiotti omette di dire che nel nostro paese l’evasione fiscale è talmente diffusa che l’evasore, oltre a non contribuire secondo le proprie capacità al bene comune, vampirizza le risorse pubbliche ed è quindi sensato supporre che a fruire di quel costoso beneficio sia molto spesso chi non ne avrebbe titolo, a scapito delle famiglie realmente in difficoltà e delle scarse risorse destinate al funzionamento degli uffici giudiziari.
Che la geografia giudiziaria italiana sia assolutamente arcaica, e quindi inefficiente, è cosa risaputa alla classe politica, l’unica che può intervenire, con legge, per ridisegnarla; da tempo i magistrati segnalano che la dimensione minima di un ufficio giudiziario non dovrebbe essere inferiore a 20 magistrati ma, si sa, sopprimere un tribunale fa guadagnare denaro ma perdere troppi voti. Ed i voti servono ai politici, non ai magistrati (almeno per ora!).


I giudici che giudicano i giudici.

Livadiotti, visto che mi conosci così bene e ti sei preso una bella confidenza verso di me ed i miei colleghi, mi sento autorizzato a darti del tu. E quindi mi permetti una domandina? Ma se io fossi talmente arrabbiato per tutte le inesattezze che hai scritto su di me e volessi deferirti alla “disciplinare” tu da chi saresti giudicato? Forse dai veterinari?
Guarda che in ogni settore i giudici disciplinari sono espressione della stessa categoria professionale del giudicabile; e questo perché le regole deontologiche e quelle tecniche di ogni professione devono essere amministrate dall’ordine di appartenenza. Perché non hai paragonato le statistiche con quelle della tua categoria? Credo che più d’un cittadino sia piuttosto deluso per come funziona l’informazione in questo paese, non meno di quanto si lamenti per la giustizia, per la sanità o per l’istruzione (per non parlare di banche ed assicurazioni).


Le degenerazioni correntizie.

Nessuno è perfetto. Anche noi abbiamo i vostri difetti.
Le famigerate “correnti” sono delle associazioni private esterne ed autonome rispetto all’ANM (che raccoglie circa il 90% dei magistrati italiani), con propri statuti ed organi gestionali, alle quali sono iscritti una minoranza di colleghi; esse, tuttavia, riescono ad assumere la gestione dell’ANM ed anche a determinare l’elezione dei loro aderenti al CSM.
L’esasperante importanza assunta dall’appartenenza di un magistrato a questa o a quella corrente nell’attribuzione dei più diversi incarichi (dai posti direttivi a quelli presso i ministeri, dove troppi magistrati sono distolti dai loro compiti) è oggi al centro dell’attenzione critica dell’opinione pubblica ed anche di parte della magistratura e sembra di poter cogliere qualche possibilità di auto correggere la rotta.
La cosa disdicevole è che il magistrato privo di “targa” è sostanzialmente tagliato fuori da ogni possibilità di “carriera” e, come dice Livadiotti con disprezzo, magari resta a vita a fare il giudice nel fatidico tribunale … di provincia!
Non è un mistero che Livadiotti abbia tratto ispirazione anche dagli scritti di Felice Lima pubblicati in questo blog per stigmatizzare questa pratica. Essa è oggettivamente riscontrabile giacché i dirigenti (i presidenti di tribunale ed i procuratori della Repubblica) quando non sono designati all’unanimità, riportano maggioranze “riconoscibili”, nel senso che essi sono votati da tutti i consiglieri di questa o quella corrente. In sostanza scelte di carattere tecnico si prestano ad essere intese come frutto di precostituita diffidenza verso chi non veste, nell’occasione, la giusta casacca.
Il fenomeno attenta gravemente alla credibilità del sistema tanto da aver allarmato il capo dello Stato (che del CSM è presidente) ed il problema si è acuito con l’aumento della discrezionalità conferita al CSM, non più vincolato dal criterio dell’anzianità nella scelta dei dirigenti e quindi del tutto libero di preferire un giovincello ad un magistrato di esperienza, con motivazioni sempre più spesso vagliate negativamente dal giudice amministrativo.




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Il Fatto Quotidiano - Notte bianca “No Bavaglio”






di Antonio Padellaro e
Marco Travaglio

(Giornalisti)





da Voglioscendere


E’ il momento di tornare a farci sentire, le raccolte di firme non bastano più.

Con la controriforma delle intercettazioni e della cronaca giudiziaria, il regime punta a salvare i delinquenti e a privare i cittadini della necessaria informazione: vuole espropriarci di quel diritto che Luigi Einaudi definiva “conoscere per deliberare”.

Per questo il Fatto Quotidiano ha deciso di esordire in pubblico, prim’ancora di uscire nelle edicole, organizzando subito una notte bianca “No Bavaglio”. Perché la ragione sociale del nostro giornale è proprio questa: informare.

Ci troveremo tutti insieme la sera di mercoledì 8 luglio a Roma (il luogo lo stiamo scegliendo, per non lasciare fuori nessuno), per incontrarci e dire no alla legge eversiva e golpista del Signor P2 che mira a disarmare la magistratura e a imbavagliare la libera stampa.

Inviteremo sul palco giornalisti, scrittori e artisti per un grande happening di protesta, di satira, di testimonianza, ma soprattutto di informazione.

Spiegheremo la controriforma nel dettaglio, leggeremo e faremo ascoltare in originale le intercettazioni e le carte giudiziarie, anche inedite, dei grandi scandali politico-finanziari che il regime vuole nascondere ai cittadini.

I partiti e i politici di opposizione che vorranno aderire e partecipare tra il pubblico saranno i benvenuti.

Tenetevi liberi, invitate gli amici e restate in contatto con i nostri blog: ogni giorno vi aggiorneremo sugli sviluppi dell’iniziativa.
Più siamo, più il bavaglio si allontana.

Antonio Padellaro e Marco Travaglio


__________

(Vignetta di Natangelo)





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venerdì 12 giugno 2009

Strategie






Vignetta di Bandanas





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Ddl intercettazioni, Scarpinato: Il Paese messo a tacere



da Micromegaonline



Pubblichiamo il testo della prefazione al volume di Gianni Barbacetto “Se telefonando. Le intercettazioni che non leggerete mai più”, pubblicato da Melampo Editore.



di Roberto Scarpinato
(Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Palermo)



Le vicende emerse dalle intercettazioni in tanti processi hanno messo a nudo una inquietante trasversalità nella gestione di affari poco puliti.

Credo che non sia un caso che le intercettazioni siano diventate un punto di attacco fondamentale da parte del mondo politico.

Ormai si è costruito un sistema di omertà blindato.

Testimoni non se ne trovano più, le poche persone che hanno osato raccontare alla magistratura i misfatti dei potenti hanno dovuto subire una via crucis che non ha risparmiato neanche i loro affetti più personali.

Collaboratori di rango sono venuti meno, restano collaboratori che raccontano episodi di criminalità da strada.

Magistrati che osano indagare sui potenti sono sottoposti a procedimenti disciplinari e trasferiti di ufficio con procedure discutibili.

Oggi l’unico momento di visibilità del modo in cui viene realmente esercitato il potere sono rimaste le intercettazioni; solo le macchine (le microspie) ci consentono di ascoltare in diretta la vera e autentica voce del potere.

Le intercettazioni sono rimaste l’ultimo tallone di Achille di un potere che nel tempo ha sempre più circondato di segreto il proprio operato, perché l’opposizione è venuta meno al proprio compito, il giornalismo indipendente è emarginato e non ha più spazi nella televisione, la magistratura rischia di divenire sempre più addomesticata.

Ed ecco perché la riforma delle intercettazioni deve passare, perché da quel momento in poi non sarà più possibile sapere quello che succede in questo Paese dietro le quinte: in quel fuori-scena dove, come la lezione della Storia ha dimostrato, si mettono a punto accordi segreti e inconfessabili, che riducono la politica visibile a una “messa in scena” per cittadini ignari, trattati come eterni minorenni ai quali celare la realtà della macchina del potere.

La magistratura sarà privata di strumenti di indagine fondamentali e il vecchio tormentone sulle toghe rosse non ci sarà più, perché non ci saranno né toghe rosse, né toghe nere, né toghe di centro.

Io e i miei colleghi assistiamo sgomenti a quello che sta accadendo, perché ci siamo battuti in questi anni con tutte le nostre forze per arginare l’avanzare della criminalità mafiosa e della criminalità del potere, e renderci conto che si stanno facendo saltare gli ultimi anticorpi, che ci stanno disarmando, che si rischia di consegnare il Paese alla criminalità è qualcosa che ci lascia interdetti e ci fa interrogare sul senso del sacrificio di quelli che prima di noi hanno perduto la propria vita per difendere la tenuta democratica del Paese.

Vi confesso che da qualche tempo ho difficoltà a partecipare, il 23 maggio e il 19 luglio, alle cerimonie per l’anniversario della strage di Capaci e di via D’Amelio, perché quando vedo tra le prime fila a rappresentare lo Stato taluni personaggi sotto processo o condannati per mafia o per corruzione, io non mi sento di poter stare in quella stessa chiesa, non mi sento di poter stare in quello stesso palazzo.

E mi chiedo: ma come potranno i nostri ragazzi credere in uno Stato che si presenta con queste facce?

Allora altro che toghe rosse. Io credo che se questa partita delle intercettazioni sarà perduta non avremo soltanto una pessima riforma processuale, ma avremo uno squilibrio dei poteri in Italia.

È strano che una riforma processuale possa acquisire uno spessore di carattere costituzionale, ma ciò avviene perché siamo in una situazione di patologia della democrazia.

In una situazione fisiologica esistono tutta una serie di anticorpi che consentono di controbilanciare gli abusi del potere: c’è un’opposizione parlamentare, c’è un giornalismo libero e indipendente, c’è una separazione dei poteri.

Io credo che in un Paese come questo, in cui tutti gli anticorpi sono stati disinnescati e dove soltanto le macchine, le microspie svolgono una funzione di opposizione e di visibilità democratica, quando anche le macchine saranno messe a tacere, il Paese sarà messo a tacere.



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Lettera di un Pubblico Ministero al Presidente del Consiglio






di Marco Imperato
(Sostituto Procuratore della Repubblica di Bologna)






Gentile Presidente del Consiglio,

Lei ha detto in più occasioni pubbliche, seppure con il tono goliardico di una boutade, che ritiene che fare il pubblico ministero (pm, i magistrati requirenti) consista nel fare del male.

L’astio e la sfiducia che rivolge a questa specifica parte della magistratura (salvo attaccare anche i giudici che non la ritengono estraneo ai fatti che le vengono contestati ...) mi fa pensare che la battuta sia sintomatica di un pensiero radicato realmente in Lei e che la sua posizione e popolarità diffonde o quanto meno insinua anche nell’opinione pubblica.

Questa sensazione mi viene confermata anche dal fatto che lei sempre più spesso si riferisce a questa parte della magistratura come gli “avvocati dell’accusa”, rivelando così il suo punto di vista: il ruolo dei pm è quello di indagare, sono dei poliziotti con la toga il cui scopo è trovare i colpevoli e il cui unico successo è la condanna dell’imputato.

In altre parole, un duro giustiziere che distribuisce male a chi lo commette, ma che nel fare ciò incappa anche in errori e così passa sopra anche la pelle e la vita di sfortunati innocenti che diventerebbero le vere vittime del processo.

No, signor Presidente. Per fortuna non è così.

Non è così per il sottoscritto, che sognava da quando aveva 14anni di fare questo lavoro proiettando i sogni e gli ideali di un giovanissimo ingenuo.

Non è così per la grande maggioranza dei colleghi che incontro e conosco in giro per l’Italia.

Ma soprattutto non è così per la Costituzione.

Non sono pagato, come lei ha lasciato intendere, per torturare psicologicamente i poveri imputati che trascino fino in Cassazione.

Il mio lavoro è innanzitutto quello di cercare la verità (con la “v” minuscola, per carità).

Per questo ho deciso di non fare la professione bellissima e affascinante dell’avvocato: perchè mi volevo e mi voglio sentire sempre libero di poter cercare solo la verità (e vado fiero del fatto di chiedere l’assoluzione al termine di un processo che ho istruito se quello mi pare l’esito corretto).

Non mi interessa la pressione dell’opinione pubblica che vuole un capro espiatorio, non mi devo preoccupare della necessità di portare a termine delle operazioni da parte delle forze di polizia: il successo del mio lavoro è rappresentato solo dal raggiungimento della verità processuale, dalla ricostruzione in tempi ragionevoli e con il rispetto delle norme di quanto è successo, così che la vittima trovi risposta alla sua istanza di giustizia e di difesa e che l’indagato debba rispondere solo di ciò che ha colpevolmente commesso, avendo tutte le opportunità che la legge italiana garantisce per difendersi e spiegare la propria versione dei fatti.

Spesso è davvero difficile prendere delle scelte e sebbene le decisioni finali appartengano solo ai giudici, io stesso, sentendomi magistrato prima ancora che pm, cerco di assumermi il peso della decisione facendo così richieste oggettive e solide, e non ispirate solo da una logica accusatoria (cosa che dall’altra parte dell’aula di udienza il difensore non si potrebbe permettere di fare specularmente, dovendo innanzitutto difendere al meglio gli interessi e la posizione del proprio assistito).

Il giorno in cui ho giurato sulla Costituzione (unico vero faro del nostro lavoro) sapevo che essendo un essere umano e come tale limitato e fallibile nonostante le mie migliori intenzioni, avrei commesso degli errori: questo vale per tutte le professioni ma ero e sono consapevole che commettere un errore nel mio lavoro può comportare gravi sofferenze e conseguenze per la vita delle persone.

Mi assumo la responsabilità di quello che faccio e la mia funzione pubblica può e deve essere sempre di più soggetta alla valutazione di professionalità (come previsto in maniera ancora più pressante dalle recenti riforme) e soprattutto il sistema prevede che ci siano molti altri soggetti che intervengono a controllare il mio operato (avvocatura) e prendere decisioni (i colleghi giudicanti dei vari gradi).

Il fatto poi che debbano potersi impugnare anche le sentenze di assoluzioni in primo grado (cosa che lei ha di recente nuovamente contestato) deriva dall’ovvia osservazione che anche il giudice può sbagliare e quindi anche lui deve sottostare alle verifiche di appello e cassazione volte a limitare entro i limiti dell’umanamente possibile errori giudiziari (salvo pensare che i pm siano antropologicamente diversi, ma anche questo riesce difficile poichè sono selezionati insieme ai futuri colleghi giudicanti con un concorso molto selettivo e basato principalmente su prove scritte teoriche).

C’è poi un altro aspetto del mio lavoro che Lei dimentica: la difesa delle vittime e delle loro istanze di giustizia e protezione.

Per me fare il pm vuole innanzitutto dire porre la mia professionalità al servizio del Paese per combattere le ingiustizie, difendere con la legge coloro che subiscono prepotenze e violenze: “la legalità è il potere dei senza potere”, disse lo statista ceco Dubcek.

La donna che subisce violenze, il cittadino vittima di una rapina o di una truffa, il bambino abusato, l’imprenditore derubato da qualche furbetto, la famiglia straziata dal dramma della droga e quella orfana di un lavoratore morto in cantiere per il mancato rispetto della legge ... sono queste le persone che affidano alla magistratura (anche quella requirente) la loro speranza di giustizia, che peraltro non dovrebbe esaurirsi nella punizione del colpevole.

Il male non è l’obiettivo del mio lavoro ... bensì il suo nemico, signor Presidente.

E non separare le carriere per restare parte di un unico ordine insieme ai miei colleghi giudici ha proprio il principale merito di ricordare a noi pm che siamo anzitutto dei magistrati, che siamo soggetti solo alla legge e il nostro unico obiettivo è la ricerca della verità nella lotta contro le ingiustizie.

Gli eccessi negativi di quei pm troppo votati solo all’accusa e che difettano di serenità e della capacità anche di cambiare idea in base alle emergenze probatorie sono figli proprio di un atteggiamento poliziesco di colui che si sente solo avvocato dell’accusa e rischia così di dimenticarsi che il grande potere che gli è dato è solo in vista dell’affermazione della legalità: sarebbe opportuno rifletterci profondamente quando si invoca la separazione delle carriere, che potrebbe solo di aggravare il problema che si dice all’opinione pubblica di voler risolvere.

Per queste ragioni continuo a credere che il mio lavoro sia tanto difficile e delicato quanto appassionante, consentendomi di guadagnarmi da vivere non dovendo pensare al mio tornaconto personale ma solo al servizio e nell’interesse della collettività e dell’affermazione della legalità.

Spero che quando i miei piccoli due maschietti saranno cresciuti fare il pm in Italia continui a significare questo.

Cordiali saluti.

Marco Imperato
magistrato (e pubblico ministero per ora ...)





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Criminali in parlamento





di Peter Gomez
(Giornalista)





da Voglioscendere


I piduisti amici del boss mafioso Vittorio Mangano e di altri noti criminali ce l’hanno fatta.

Tra ieri e oggi, nel silenzio complice di buona parte della stampa italiana, è stata abolita la libertà di parola.

D’ora in poi, salvo ripensamenti del Senato, sarà impossibile raccontare sulla base di atti giudiziari i fatti e i misfatti delle classi dirigenti.

Chi lo farà rischierà di finire in prigione da 6 mesi a tre anni, di essere sospeso dall’ordine dei giornalisti e, soprattutto, dal suo giornale, visto che gli editori andranno incontro a multe salatissime, fino a un massimo di 465.000 euro.

Il plurimputato e pluriprescritto Silvio Berlusconi per raggiungere il risultato è stato costretto a ricorrere al voto di fiducia.

Le nuove norme contenute nel disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche sono infatti talmente indecenti da risultare indigeste persino a un pezzo importante della sua maggioranza.

Da una parte, s’interviene sul diritto-dovere d’informare con disposizioni grossolane e illiberali stabilendo, per esempio, che le lettere di rettifica vadano pubblicate integralmente (anche dai blog) senza possibilità di replica.

Insomma, se un domani Tizio scriverà a un giornale per negare di essere stato arrestato, la sua missiva dovrà finire in pagina, in ogni caso e senza commenti, pur se inviata dal carcere di San Vittore.

Dall’altra, per la gioia di delinquenti di ogni risma e colore, si rendono di fatto impossibili le intercettazioni.

Gli ascolti saranno infatti autorizzati, con una procedura farraginosa e lentissima, solo in presenza di «evidenti indizi di colpevolezza».

Cioè quando ormai si è sicuri che l’intercettato è colpevole.

E in ogni caso non potranno durare più di due mesi.

Inoltre le microspie potranno essere piazzate solo nei luoghi in cui si è certi che vengano commessi dei reati: detto in altre parole, è finita l’epoca in cui le cimici nascoste nelle auto e nei salotti dei mafiosi ci raccontavano i rapporti tra Cosa Nostra e la politica.

Che Berlusconi e un parlamento formato da nominati e non da eletti dal popolo, in cui sono presenti 19 pregiudicati e una novantina tra indagati e miracolati dalla prescrizione e dall’amnistia, approvi sia pure tra qualche mal di pancia leggi del genere non sorprende.

A sorprendere sono invece le reazioni (fin qui pressoché assenti) di quasi tutti i direttori dei quotidiani e dei comitati di redazione dei telegiornali (dai direttori dei tg, infatti, non ci si può aspettare più nulla).

Quello che sta accadendo in parlamento dovrebbe essere la prima notizia del giorno.

E invece a tenere banco è la visita di Gheddafi e le polemiche intorno alla sua figura di dittatore.

Così a furia di parlare di Libia nessuno si accorge di come il vero suk sia ormai qui, a Roma, tra Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi.

E di come, tra poco, nessuno potrà più raccontarlo.


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La vignetta è di
Bandanas





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In Italia le domande le fanno i nemici, punto




di Rachel Donadio
(Giornalista)





da The New York Times del 7 giugno 2009


Traduzione di Italiadallestero


Roma - Ho ricevuto una telefonata la scorsa settimana da un amico italiano, un reporter investigativo.

Aveva appena parlato con un magistrato italiano che voleva sondare una teoria.

Il magistrato si chiedeva - in tutta serietà - se il mio recente articolo sul New York Times sulla vita personale del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi potesse essere una prova che il sindaco Michael R. Bloomberg, invidioso dell’impero mediatico di Berlusconi, mi stesse usando per smontare il Presidente del Consiglio.

Il mio amico ha rapidamente e giustamente scartato la teoria per quello che era: insensata.

Ma il fatto che fosse stata avanzata da un rispettabile magistrato vi dice quasi tutto quello che avete bisogno di sapere su come funziona il potere in Italia.

La dice lunga anche sul successo inarrestabile di Berlusconi, un fenomeno tanto strano per gli americani quanto lo sono le leggi sul conflitto di interessi per gli italiani.

Gli americani si chiedono da sempre come l’Italia possa continuare a votare Berlusconi, i cui problemi legali -per non menzionare le recenti minacce di divorzio da parte della moglie e le sue accuse di flirt del marito con donne molto giovani- avrebbero rovesciato i governi da qualsiasi altra parte.

Ma gli italiani non sempre vedono le cose in questo modo. In Italia, l’abuso d’ufficio è una sorta di concetto astratto, nonostante un tribunale italiano stia ora investigando se Berlusconi l’abbia commesso quando ha utilizzato aerei del governo per trasportare ospiti, inclusi un cantante napoletano e una ballerina di flamenco, a feste di gala nella sua villa in Sardegna.

Berlusconi ha liquidato tutto ciò, come ha fatto con tutte le altre accuse di scorrettezze, come una campagna contro di lui organizzata da magistrati e giornalisti di sinistra. A suo avviso, vogliono screditare la sua coalizione di centro-destra in vista delle elezioni di questo weekend per il Parlamento Europeo, che ancora una volta si aspetta di vincere.

Sebbene largamente fuori dall’obiettivo nel mio caso, la teoria del magistrato su Bloomberg non è del tutto insensata. Berlusconi la scorsa settimana ha ipotizzato in un’intervista che il Times di Londra avesse pubblicato editoriali critici su di lui perché di proprietà di Rupert Murdoch, proprietario di Sky ovvero il più grande attore nel mercato della TV italiana via cavo dopo Berlusconi.

In Italia, questa è ordinaria amministrazione. L’opinione generale è che tutti usano i mezzi a propria disposizione per combattere i propri rivali.

La vera questione qui è che l’Italia non è una meritocrazia.

E’ una società feudale molto evoluta in cui ognuno è visto, ed inevitabilmente è, il prodotto di un sistema, o di un protettore.

Durante gli anni del dopoguerra, i democristiani appoggiati dagli americani, i comunisti appoggiati da Mosca e i socialisti orientati al mondo del business avevano le proprie reti di politici, banchieri, avvocati, e i propri organi di stampa.

Quel sistema di patrocinio corrotto è crollato con la fine della guerra fredda e con un enorme scandalo di tangenti.

Oggi non ci sono né ideologie né reti; c’è solo Berlusconi, e si può essere con lui o contro di lui.

In confronto al vecchio ordine, la classe politica di Berlusconi è vista come una forza modernizzatrice.

I rivali di Berlusconi lo accusano di essere sul lato sbagliato della legge e lui a sua volta accusa loro di essere sul lato sbagliato della storia.

Queste due cose non dovrebbero escludersi a vicenda, ma spesso lo fanno.

I membri della sinistra italiana sono stati in lotta interna sin dal crollo del Muro di Berlino e sono così deboli e inefficaci oggi che alcuni in questa terra di teorie intricate di cospirazione sono convinti che Berlusconi li stia pagando.

L’Italia è profondamente confusa per gli americani, che sono immersi in concetti quali dire la verità per governare e inseguire il denaro, cresciuti nella terra del “Si possiamo”, non del “Mi dispiace, signora, questo è impossibile”.

Nella logica capovolta dell’Italia, il controllo senza rivali di Berlusconi sui settori pubblico e privato e sui media non lo fanno apparire compromesso.

Al contrario, i suoi seguaci lo vedono abbastanza ricco da poter essere indipendente.

Come mi ha detto un romano della classe operaia non molto tempo fa, pieno di ammirazione, “è così ricco che non aveva nemmeno bisogno di mettersi a fare politica”.

In Italia, quando i giornalisti fanno domande del tutto legittime sullo stato legale e la vita personale del leader di un paese del G8, o persino quando chiedono perché l’Italia non sembra importarsene delle risposte, sono inevitabilmente accusati di insultare Presidente del Consiglio o di essere le pedine di interessi più grandi.

In Italia, il presupposto generale è che qualcuno è colpevole finché non provato innocente.

I processi, nella stampa e nei tribunali, riguardano più spesso la difesa dell’onore personale che stabilire i fatti, che sono facilmente manipolati.

A volte mi chiedo cosa ne pensa dell’Italia Papa Benedetto XVI, che ha inveito contro la “dittatura del relativismo” secondo la quale equiparare tutte le credenze porta al nichilismo.

In Italia l’informazione è usata non per chiarire, ma per annebbiare.

Come altro interpretare la raffica di materiale largamente contraddittorio emerso dalla stampa nelle settimane recenti, su come Berlusconi abbia incontrato Noemi Letizia, alla cui festa di 18esimo compleanno il Premier ha partecipato ad aprile, un atto che ha fatto talmente infuriare sua moglie, da molto lontana dai riflettori, che con la sua minaccia di divorzio è ora diventata il leader di opposizione de facto? In assenza di una storia chiara e coerente, l’unico standard di prova diventa la lealtà personale.

Noemi Letizia la scorsa settimana ha dichiarato in un’intervista di essere arrabbiata perché il suo nuovo fidanzato aveva fatto un provino per il reality televisivo “Grande Fratello” senza chiederle il permesso.

Nel reality che è l’Italia di oggi, Berlusconi è il palese vincitore.

I suoi rivali stanno facendo poco più che lanciare pomodori sul palco.

L’attore sta mostrando segni di stanchezza ma il pubblico è incollato ai propri posti. Après lui, le déluge [Dopo di lui, il diluvio: in francese nel testo, N.d.T.].


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La fotografia è tratta da Repubblica.it




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Tangenti, “furbetti” e Calciopoli, le verità che non avremmo saputo Le verità che non avremmo saputo



di Liana Milella
(Giornalista)



da Repubblica del 12 giugno 2009


Intercettazioni, ecco come la riforma toglie spazio ai pm e limita la stampa. Da Lady Asl agli immobiliaristi: l’obbligo di indizi “evidenti” impedirebbe molti controlli.

Roma - Gli orrori della clinica Santa Rita di Milano? Sarebbero rimasti ben segreti.

Le partite truccate di Calciopoli? Avrebbero continuato a essere giocate.

L’odioso stupro della Caffarella? Gli autori sarebbero ancora liberi.

Il sequestro dell’imam Abu Omar? I pm di Milano non l’avrebbero mai scoperto. E gli agenti del Sismi che collaborarono con la Cia non avrebbero mai lasciata impressa sul nastro la fatidica frase “quell’operazione è stata illegale”.

Lady Asl e la truffa della sanità nel Lazio? La cupola degli amministratori regionali avrebbe continuato ad operare indisturbata.

I furbetti del quartierino? Per le scalate Antonveneta e Bnl forse non ci sarebbero stati gli “evidenti indizi di colpevolezza” per mettere i telefoni sotto controllo.

A rischio le inchieste potentine di Henry John Woodcock, Vallettopoli, Savoiopoli, affaire Total, tangenti Inail, dove i nastri hanno continuato a girare per otto-nove mesi prima di produrre prove, e quelle calabresi (Poseidone, Toghe lucane, Why not) dell’ormai deputato europeo Luigi De Magistris.

Una moria impressionante, in cui cadono processi famosi e meno famosi, in cui le indagini sulla mafia sono messe a rischio perché non si potrà più mettere sotto controllo telefoni per truffa ed estorsione.

Si salva Parmalat dove, come assicurano i pm di Milano e di Parma, le intercettazioni non furono determinanti né per arrestare Calisto Tanzi in quel dicembre 2003, né per accertare ragioni e colpevoli del crack.

Ha detto e continua a dire l’Anm con una frase ad effetto, è la morte della giustizia penale in Italia.

Nelle stesse ore in cui alla Camera, con il concorso dell’opposizione nonostante l’appello del giorno prima a Napolitano di Pd, Idv, Udc, si approva la legge sugli ascolti, nelle procure italiane, tra lo sconcerto e l’irritazione delle toghe, si fanno i conti delle intercettazioni che non si potranno più fare in futuro e di quelle che, in un passato recente, non sarebbero mai state possibili.

E, anche se fossero state fatte, non si sarebbero mai potute pubblicare, né nella versione integrale, né tanto meno per riassunto.

Le indagini cadono su due punti chiave della legge: “evidenti indizi di colpevolezza” per ottenere un nastro, solo 60 giorni per registrare.

Così schiatta l’indagine sulla clinica Santa Rita che parte con una truffa ai danni dello Stato per via dei rimborsi gonfiati e finisce per rivelare che si operava anche quando non era necessario.

Non solo sarebbero mancati gli “evidenti indizi” (se ci fossero stati i pm Pradella e Siciliano avrebbero proceduto con gli arresti), ma non si sarebbe andati avanti per undici mesi, dal 4 luglio 2007 al 24 giugno 2008.

Giusto a metà, era settembre, ecco le prime allusioni a un reparto dove accadevano “fatti gravi”.

Niente ascolti, niente testi sui giornali, niente versione integrale letta al processo, niente clinica costretta a cambiare nome per la vergogna.

Cambia corso il caso Abu Omar, nato come un sequestro di persona semplice contro ignoti. Solo due mesi di tape. Ma la telefonata chiave, quando l’imam libero per una settimana racconta alla moglie la dinamica del sequestro, giunge solo allo scadere dei 12 mesi d’ascolto.

In più la signora, in quanto vittima, non avrebbe mai dato l’ok a sentire il suo telefono, come stabilisce la nuova legge.

Per un traffico organizzato di rifiuti a Milano, dove arrivava abusivamente anche la monnezza della Campania, hanno fatto 1.500 intercettazioni per sei mesi. Solo dopo i primi due s’è scoperto cosa arrivava dal Sud. In futuro impossibile.

Come gli accertamenti che fanno scoprire i mafiosi.

A Palermo hanno intercettato l’imprenditore Benedetto Valenza per quattro mesi: dalla truffa e dalla frode nelle pubbliche forniture sono arrivati a scoprire che riciclava i soldi del clan Vitale e forniva cemento depotenziato pure agli aeroporti di Birgi e Punta Raisi.

Idem per l’inchiesta contro gli amministratori di Canicattì e Comitini che inizia per abuso d’ufficio e corruzione e approda a un maxi processo contro le cosche di Agrigento. Telefoni sotto controllo per sei mesi, ormai niente da fare.

“La gente sarà meno sicura” dicono i magistrati. E citano lo stupro della Caffarella d’inizio anno.

Due arresti sbagliati (i rumeni Ractz e Loyos), il vanto di aver fatto tutto “senza intercettazioni”, poi il ricorso all’ascolto sul telefono rubato alla vittima. Domani impossibile perché in un delitto contro ignoti si può intercettare solo il numero “nella disponibilità della persona offesa”.

Assurdo? Contraddittorio? Sì, ma ormai è legge.



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Riforma intercettazioni: una legge scellerata


Riportiamo dal sito di Repubblica, l'audio di una intervista a Gianrico Carofiglio sulla riforma delle intercettazioni.









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La morte della giustizia penale in Italia











ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
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L’Associazione nazionale magistrati ritiene doveroso denunciare la gravità delle conseguenze che deriveranno dalle novità legislative in materia di processo penale e intercettazioni.

In un momento in cui la sicurezza dei cittadini è sovente evocata come priorità del paese, lascia sgomenti il fatto che il Parlamento stia per effettuare scelte che rappresentano un oggettivo favore ai peggiori delinquenti.

Le norme sulle intercettazioni sulle quali il Governo ha posto la questione di fiducia impediranno alle forze di polizia e alla magistratura inquirente di individuare i responsabili di gravissimi reati.

Basti pensare ai più recenti episodi di cronaca: gli stupri di Roma, le violenze nella clinica di Milano, le scalate bancarie alla Antonveneta e alla BNL.

In nessuno di questi casi con la nuova legge sarebbe stato possibile accertare i fatti e trovare i colpevoli.

Le intercettazioni sono uno strumento di indagine finalizzato alla individuazione dei colpevoli di gravi reati ed è semplicemente assurdo pensare che si possano fare intercettazioni solo nei confronti del colpevole già individuato.

E’ del tutto irragionevole prevedere che le intercettazioni debbano sempre essere interrotte dopo 60 giorni, anche nei casi, come un sequestro di persona, un traffico di stupefacenti o di armi, in cui il reato sia in corso di esecuzione.

La equiparazione delle riprese visive alle attività di intercettazione rappresenta un grave danno per la lotta al crimine.

Con queste norme non saranno possibili riprese visive per identificare gli autori di rapine in banca, spaccio di stupefacenti nelle piazze, violenza negli stadi, assenteismo nei pubblici uffici.

In definitiva il Governo e il Parlamento chiedono alle forze dell’ordine e alla magistratura inquirente di tutelare la sicurezza dei cittadini uscendo per strada disarmati e con un braccio legato dietro la schiena.

L’Associazione Nazionale Magistrati ha più volte manifestato la sua disponibilità a discutere delle riforme necessarie a ricercare un adeguato punto di equilibrio tra esigenze investigative, tutela della riservatezza delle persone e diritto alla informazione, avanzando specifiche indicazioni di proposta.

Il Governo e il Parlamento scelgono, invece, di azzerare ogni equilibrio sacrificando del tutto le esigenze investigative e il diritto di informazione.

Di fronte a queste norme sarebbe più serio e coerente assumersi la responsabilità politica di abrogare l’istituto delle intercettazioni piuttosto che trasformarle in uno strumento non più utilizzabile.

L’intervento sulle intercettazioni preoccupa ulteriormente se lo si legge insieme al disegno di legge sulla riforma del processo penale in discussione in Senato.

Si tratta di una proposta che non introduce le riforme necessarie ad assicurare l’efficienza del processo e la sua ragionevole durata, ma addirittura inserisce nuovi, inutili formalismi, che determineranno un ulteriore allungamento dei tempi del processo.

Il sacrosanto spirito garantista della nostra cultura giuridica viene tradito e trasformato in un “formalismo fine a sé stesso”, che spesso oscura le questioni da giudicare.

La conseguente non ragionevole durata di troppi processi si traduce di fatto nella negazione dei diritti fondamentali e in nuove forme di giustizia privata.

Ciò contrasta con l’obiettivo di accrescere il livello di efficienza del processo e di assicurare ai cittadini “decisioni nel merito” in tempi ragionevoli, nel rispetto dell’articolo 111 Cost. e senza rinunciare alle garanzie costituzionali (“dal contraddittorio all’imparzialità del giudice; dal diritto alla difesa alla presunzione di non colpevolezza”).

E’ questa, nei fatti, la morte della giustizia penale in Italia.

Roma 10 giugno 2009

La Giunta Esecutiva Centrale




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giovedì 11 giugno 2009

Una legge irresponsabile


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L’intervento di Beppe Grillo alla Commissione Affari Costituzionali del Senato











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giovedì 4 giugno 2009

Contro il relativismo etico ed epistemico

Versione stampabile





di “Menici60d15





Traggo spunto dal dibattito svoltosi in calce al post “Il relativismo etico fa “spudorata” la politica”.

Ringrazio Felice Lima per le parole di stima, che ricambio, per gli insegnamenti, e per l’accoglienza che generosamente offre col suo sito a chi come me pensa, con Orazio, “Non ho voluto giurare sulle parole di nessun maestro / dove la tempesta mi porta lì sarò ospite”.

Luigi Morsello, che mi ha anche scritto un’email burbera ma cortese, nella quale si lamenta, come altri hanno già fatto sul blog, di una mia cripticità e misteriosità, ha ragione a diffidare.

Il suo fiuto non l’ha ingannato: sono un seguace minimo di quelli che “sono venuti a portare la divisione” (Luca, 12,51).

Non prendo certo la penna per fare i complimenti al potere costituito.

D’altro canto, Morsello, che, leggo nel suo profilo utente, oltre che essere siciliano è stato un alto dirigente dell’amministrazione penitenziaria, dovrebbe capire che il potere può imporre anche carceri senza sbarre, che obbligano ad assumere, contro la propria volontà, determinati comportamenti; che visti dall’esterno appaiono anomali.

Il carcere invisibile ha dinamiche diverse da quello materiale.

Come la lotta con un avversario invisibile: di recente ho sentito a una conferenza pubblica un intervento fuori programma di Gironda, portavoce di Gladio e responsabile della guerra psicologica, che ha fatto l’esempio di due che fanno a pugni, dei quali uno è invisibile.

Ai passanti, quello visibile sembra un matto che sferra pugni in aria, o schiva come se gli stessero dando un pugno.

Se però, per evitare di passare per matto, stesse fermo e facesse la persona distinta, ho pensato, prenderebbe un sacco di botte.

E’ una situazione nella quale il soggetto viene messo a dover scegliere tra due possibilità entrambe spiacevoli. I colleghi – o i superiori – anglosassoni di Gironda la chiamerebbero una “Morton’s fork”.

Gli “ospiti” di Morsello soffrivano in una maniera che non è paragonabile al disagio torpido di chi viene privato della libertà senza essere costretto fisicamente in una cella; ma la loro condizione e il loro lamento erano chiari.

Nessuno diceva che non erano carcerati ma erano invece affetti da una grave forma di agorafobia, che li portava a starsene inspiegabilmente rintanati in una cella invece di uscire dal carcere e andarsene per i fatti loro, sordi ai pressanti inviti in questo senso del direttore e degli agenti di custodia.

Se invece c’è una forma nascosta e non dichiarata di reclusione, con le sue punizioni, che, quando non l’impedisce del tutto condiziona, sia distorcendola, sia obbligandola ad adottare alcuni espedienti, la comunicazione con l’esterno, il messaggio suonerà strano ai più.

Oltre a ciò, come se non bastasse, anche se si è liberi, a mano a mano che si cerca di approfondire un problema spesso i concetti diventano più difficili, contrari al senso comune, e confusi; perché inseguono una realtà che è intrinsecamente difficile e a volte caotica; e i limiti di chi scrive appaiono più evidenti; questo è uno dei motivi per i quali la rivista medica Lancet riconosce, nelle istruzioni agli autori, che occorre coraggio per rendere pubblica una propria ipotesi. Coraggio o sventatezza.

Risolvere un problema significa sciogliere i suoi nodi, ma a volte la procedura per sciogliere un nodo che si è trovata non è più facile del nodo stesso.

Soprattutto se quel problema è per di più “blindato”, perché riguarda grandi interessi.

Luigi Morsello di certo sa bene come l’autorità provveda a sbarrare tutte le molteplici vie di passaggio tra ciò che deve restare chiuso e l’esterno.

Queste misure sono prese non solo a livello materiale, ma anche a livello ideologico.

Per quanto mi riguarda, quel poco che scrivo appartiene al genere dei testi scritti in situazioni di privazione della libertà personale a scopo censorio.

Un genere onorevole, che comprende ben altre opere di ben altri autori; e ciò che non ho scritto dal 1997, anno della mia ultima pubblicazione su una rivista scientifica internazionale, e anno della discesa del trattamento da parte dello Stato al di sotto della soglia minima di libertà, appartiene al genere dei testi censurati con la privazione della libertà personale.

Ritengo pertanto di essere nel mio diritto adottando alcune misure precauzionali come l’uso di uno pseudonimo (non sono anonimo al webmaster), del resto lecite su internet; contrarie alle mie preferenze, e da addebitarsi alle situazioni create dalle istituzioni corrotte.

Questo per la “misteriosità”; l’altra critica di Morsello, per la quale i concetti che propongo non sarebbero sufficientemente chiari, e sarebbero chiari solo ad alcuni lettori più ferrati, mi preoccupa di più, perché la ricerca della chiarezza è un obbligo primario per chi propone idee.

Su impulso del Direttore Morsello, che deve aver ricevuto in passato prodotti di artigianato carcerario, presento il seguente commento, nel quale cerco di chiarire meglio quanto penso sul relativismo etico ed epistemico, e di rendere quindi più comprensibile ciò che ho scritto in proposito.

Mostro anche un’applicazione della critica al relativismo epistemico, considerando la discussione in corso sul testamento biologico.

* * *

L’appello al relativismo etico è un artificio ideologico per sottrarsi all’etica, o alla ricerca di un’etica comune.

Sul piano teorico, il relativismo etico gioca sull’equivoco tra il culturale e l’etico, e tra il descrittivo e il prescrittivo.

E’ vero che c’è di fatto un pluralismo culturale, che determina un pluralismo di scale di valori; e conseguentemente c’è un relativismo culturale, e una forte tendenza a etiche “domestiche”.

E’ anche vero che il pluralismo culturale di per sé va rispettato.

Ma l’etica è prescrittiva; e tende proprio a questo, a unificare sotto regole universali visioni diverse; a impedire che ciascuno si faccia la sua legge.

Deve tenere conto del relativismo culturale, ma sempre andando nella direzione di cercare di ridurre tale relativismo riguardo alle convenzioni sui rapporti con gli altri.

L’etica è in certa misura intrinsecamente opposta al relativismo culturale, in quanto opposta alle concezioni particolari, siano esse del singolo o del gruppo.

L’etica è ricerca pratica, per impedire, a costo di sacrificare gusti, preferenze o tradizioni, che ci facciamo del male tra noi.

Ed è ricerca dell’universale, perché il suo ruolo è sistemico, essendo quello di fare in modo che tutte le varie componenti della macchina sociale interagiscano senza danneggiarsi.

L’etica non è un semplice attributo culturale tra i tanti che caratterizzano un gruppo.

E’ la grammatica comune che oltre a valere all’interno del gruppo deve, soprattutto oggi, consentire ai diversi gruppi di avere relazioni non distruttive.

L’etica per essere efficace dev’essere come una lingua franca.

Non si deve andare in giro per il mondo a fare i crociati per imporre ad altri popoli le nostre regole; ma ovunque vi è una comunità culturalmente eterogenea chi è interno alla comunità dovrebbe auspicare che vi sia un’unica etica condivisa, per quanto possibile.

Si può obiettare che ciò costringe a passare da un’etica spontanea a forme imposte di etica.

In parte è vero, ed è un problema; ma è anche vero che le etiche spontanee hanno in loro i semi di tale imposizione, ad aggiustamenti che comunque non sono catastrofici, visto che esiste una base morale naturale condivisa.

La cultura (parola che viene da “coltivare”) è crescita, ma l’etica è limitazione: è quella parte della cultura che nega sé stessa.

L’etica trascende il piano culturale nel quale affonda le sue radici.

In un certo senso, l’etica, che è censura di determinati comportamenti, non è essa stessa “buona”.

E’ necessaria e salvavita ma non particolarmente piacevole.

L’etica strozza il relativismo per evitare che ci strozziamo tra noi; un’etica relativistica è una contraddizione in termini.

L’attuale multiculturalismo dovrebbe essere un ulteriore motivo per impegnarsi nell’evitare il relativismo etico.

Propugnare l’abbattimento delle barriere tra i popoli, la convivenza delle religioni, e insieme il mantenimento di etiche diverse mi pare un’altra contraddizione che svela il carattere strumentale della globalizzazione.

In una società multietnica e multiconfessionale l’etica, questo superego pubblico arcigno e insensibile, liquidando entro un’unica popolazione comune le varie “unità etiche”, senza annullarne le rispettive altre componenti culturali, può essere un mezzo di affratellamento. Naturalmente così il problema si sposta su quale etica comune si adotta.

Ma il relativismo non è una soluzione.

L’etica è coercizione, è obbedienza a regole superiori. Ma non ai “guardiani” o ai “sacerdoti” delle regole: la Chiesa contrappone al relativismo etico un assolutismo dittatoriale, nel quale è lei, come viceré di un Re che non si vede, che legifera e giudica.

Un’attività di potere che a volte pratica il relativismo etico, o il relativismo epistemico, per esempio restringendo la definizione degli omicidi che ricadono sotto il Quinto comandamento.

Clero e Dio sono due entità ben distinte, e la seconda è in realtà molto meno problematica della prima.

E’ vero che i principi etici e il senso del loro rispetto ci vengono dalla religione.

Ma siamo diventati adulti, o vecchi, e Dio è morto. Dio è morto, ma dobbiamo venerarne le memoria, onorando ciò che ci ha lasciato, princìpi etici elevati.

Sul piano umano, un’etica assoluta non toglie la possibilità di dissenso, né toglie vera libertà. Impedisce di discutere se l’omicidio vada “sdoganato”, ma invita a discutere se è lecito derubricare da omicidio doloso alcuni atti volontari egoistici che provocano i morti sul lavoro, o la morte dei pazienti.

L’etica non è in sé piacevolissima, e reprime, ma può conferire un senso di nobiltà, che proviene, per chi lo prova, dal collocare i principi etici sul piano religioso, il piano superiore all’umano che l’uomo si dà, del quale la fede in una religione confessionale è solo uno dei possibili occupanti; l’etica diviene così una sottomissione spontanea che nobilita.

Penso che rifiutare l’idea, più patetica che presuntuosa, di essere “signori e padroni”, ma considerarsi sempre sottoposti a qualcosa di più grande, conferisca dignità, sicurezza e stabilità; e porti a rifiutare di sottomettersi alla prepotenza dei propri simili.

Questo qualcosa dev’essere però un’entità veramente grande, che indiscutibilmente sovrasti, come dei principi etici immutabili.

Il relativismo etico sminuisce l’importanza di tale piano religioso, inducendo a considerare l’etica come una variabile culturale come un’altra, facendone quasi una questione amministrativa: tu hai questi codici, ma l’altro ne avrà altri, diversi ma di pari dignità.

Ciò spinge a cercare degli assoluti altrove; e a rimanere preda di illusioni peggiori di quella, costruttiva, dell’esistenza di principi etici assoluti.

L’altro ideologismo, il relativismo epistemico, ha le sue pezze d’appoggio teoriche nella consapevolezza che la conoscenza poggia “non su solida roccia ma su palafitte”, come disse Popper a proposito della conoscenza scientifica. Medawar ha osservato che alcuni hanno un gusto perverso nel sottolineare la fragilità della nostra conoscenza.

E’ scorretto trasporre i rovelli filosofici sulla conoscenza in sede pratica.

Uno dei primi casi famosi di tale intellettualizzazione fuori luogo fu quello di Pilato quando chiese “cos’è la verità?”.

Un giudice che dicesse questo in aula sarebbe come Totò chirurgo, che durante una laparotomia si ferma, contempla ed esclama: “che cos’è la macchina umana!”.

Dal teoretico al furfantesco il passo non è lungo: dietro la scusa che non sappiano bene cos’è la verità si può manipolarla, sopprimerla, capovolgerla in mille maniere.

Ciò può essere ottenuto alterando la percezione dei fatti, alterando l’interpretazione, o indirettamente, agendo sui metodi di raccolta dei fatti e di interpretazione.

E’ importante osservare che anche la richiesta di standard eccessivamente rigorosi può essere usata per censurare.

Oggi le tecniche di manipolazione dell’informazione e le tecnologie permettono ai potenti di plasmarsi – con l’inganno ma anche con la violenza – un verità su misura.

Esistono decine di definizioni filosofiche della verità, e infiniti artifici per alterarla o sopprimerla del tutto.

Ma la vecchia verità per corrispondenza, “adequatio rei et intellectus”, resta il “gold standard” insuperato.

Entrambi i relativismi hanno preso piede, con cronologie diverse, negli ultimi decenni del Novecento.

Ed entrambi appaiono riflettere le esigenze del capitalismo e della sua evoluzione storica.

Il relativismo etico, propagandato al grande pubblico, serve a sciogliere le pastoie etiche che ostacolano la ricerca del profitto sulla quale il sistema si basa. Castoriadis ha osservato che il capitalismo ha consumato l’eredità storica che comprende “l’onestà, l’integrità, la responsabilità, la cura del lavoro, le attenzioni dovute agli altri”.

Il relativismo etico ha un ruolo attivo in tale degrado.

Pochi giorni fa ho sentito in tarda serata su Canale 5 una conduttrice di punta, un modello per le giovani generazioni, spiegare che all’inizio della carriera si concedeva per interesse, perché non voleva mangiare panini ma preferiva i ristoranti di lusso; presentando tale scelta come una possibilità lecita tra le varie opzioni possibili.

“Questa relativista”, ho pensato “sta istigando le giovani al relativismo”.

D’altra parte l’industria alimentare e quella della medicina estetica potranno attendersi un incremento del volume d’affari, se il messaggio passerà.

Speriamo che le giovani ascoltino il commento fatto in studio da un ospite, che con questo sistema ora le ragazze devono concedersi per avere il panino: il “relativismo” non è un buon affare.

Il relativismo etico consente inoltre di formare dei segmenti di mercato, che ottimizzano l’applicazione di scelte politiche senza creare eccessivi traumi.

Esempio la recente richiesta di applicare il relativismo etico al testamento biologico, cioè a una questione di vita e di morte.

C’è qualcosa che non va se si considera come una questione di relatività culturale la liceità di affrettare su larga scala la morte mediante la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione.

L’accorciamento della vita è una questione di preferenze personali, come per un qualsiasi prodotto?

“Sparatevi Breda” ha scritto Marcello Marchesi, umorista e pubblicitario, che aveva visto giusto.

Il relativismo epistemico, maggiormente rivolto alle elites, ha un suo nucleo nell’ammorbidimento dei criteri epistemologici di scientificità, da parte di autori come Quine, con l’avvento del consumismo: la tecnologia e l’innovazione industriale, mentre usurpano il nome e quindi il prestigio della scienza, hanno bisogno di una scienza servizievole e asservita, docile garante del lancio continuo di nuovi prodotti, e non ostacolo, con la sua capacità di evidenziarne l’inefficacia, l’inefficienza o la dannosità.

Una scienza che sulla scena figura come regina, e nella realtà dietro le quinte è la serva della compagnia.

Di recente Giannuli, nel suo “L’abuso pubblico della storia – come e perché il potere politico falsifica il passato” (2009) ha trattato dell’aggiustamento dei metodi e dei fatti in campo storiografico.

Il relativismo epistemico serpeggia nella cultura comune, rappresentato ad esempio dall’uso di citare il celebre film “Rashomon” per sostenere che la verità non è unica, ma è soggettiva.

Un altro segno del relativismo epistemico è lo spaccare la verità in “verità giudiziaria” e “verità storica” riguardo a fatti e reati estremamente concreti, come una bomba in una piazza o in altri luoghi pubblici.

Flores d’Arcais di recente ha giustamente osservato come in Italia sia ormai inveterata la prassi mediatica di degradare le verità di fatto scomode ad opinioni personali di chi le presenta, passo che Arendt considera un indice di totalitarismo in agguato.

Ormai le parti del ragionamento vengono trattate, anche da chi ha ruoli intellettuali, con l’arbitrarietà con la quale Humpty Dumpty usava le parole.

Il relativismo epistemico confluisce in quello culturale: conta il valore culturale, la coloritura emotiva, dei concetti, non la loro corrispondenza al reale.

Un caso importante di ciò è dato dalla discussione, o meglio dal lancio, del testamento biologico, nel quale ha avuto un ruolo di punta, senza dubbio in buona fede, lo stesso Flores d’Arcais.

La discussione si è basata innanzitutto su una rigorosa censura della dimensione economica del problema e degli interessi in gioco (bisognerebbe onorare anche quell’altro morto, Marx, salvandone la parte valida dell’opera, cioè il tema dell’importanza dei fattori economici nel determinare le sovrastrutture sociali); e ha poi considerato casi reali ma particolari, ignorando la gran massa dei casi pertinenti, commettendo una fallacia di generalizzazione, considerando ciò che è valido solo secundum quid come valido simpliciter.

Il problema è stato infatti identificato coi casi di Welby e Englaro, la persona senza corpo e il corpo senza persona, che sembrano scelti da un’agenzia di pubblicità o da uno sceneggiatore di Hollywood.

Welby, l’artista ancora giovane, intelligente e sensibile, inchiodato in un letto, o nel suo stesso corpo; e la bella e fresca Eluana, addormentata senza possibilità di risveglio, rappresentano casi reali, ma sia rari che particolari: la probabilità di un fine vita del genere è inferiore all’1%.

Non solo, ma i casi in sé, quello dello stato vegetativo che si protrae per anni, e degli esiti finali della distrofia muscolare, presentano problematiche che non sono quelle delle morti comuni; dove solo in una minoranza di casi è conservata la piena lucidità di Welby, o ci sono prospettive di sopravvivenza fisica indefinite di anni e anni come per Eluana.

I casi di Welby ed Englaro hanno assunto il significato simbolico, esistenziale, che si prestavano ad assumere. E culturalmente sono divenuti il simbolo del morire.

Non si dice che, così come gli USA non sono abitati se non in piccola parte da cow boys, nella maggior parte dei casi non si va verso la morte in questo modo.

E’ vero che nella piccola minoranza di casi come Welby o Englaro si pongono effettivamente problemi come quelli discussi.

E che in altri rari casi si pone addirittura il problema dell’eutanasia (argomento che per il momento in Italia si tiene da parte, per non spaventare).

Ma il testamento biologico in molte situazioni comuni non dovrebbe essere necessario, e comporta dei rischi per il paziente.

La sospensione di alimentazione e acqua ha tre valenze, che possono essere variamente innestate in sequenza:

a) Fattore nocivo che provoca la morte in un individuo che altrimenti, adeguatamente trattato, sarebbe sopravvissuto. Distinto in due sottocategorie:

a1) su soggetti sani. Es. il conte Ugolino e i suoi figli.

a2) su soggetti già malati o debilitati, ma recuperabili. Es. il bunker dalla fame ad Auschwitz, Massimiliano Kolbe e i suoi compagni.

b) Fattore che affretta la morte in uno stato irreversibile di malattia mortale. Distinto in due sottocategorie:

b1) come fattore aggiunto; es. su un paziente con un cancro in stadio avanzato, defedato, che non è in agonia, ma può entrarvi.

b2) come interruzione di un’alimentazione e idratazione che si erano già interrotte per malattia, ed erano state vicariate con mezzi artificiali. Es. Eluana.

c) Misura palliativa nell’agonia.

Va notato che in ambito medico la serie si autoalimenta e si autogiustifica: ogni stadio causa biologicamente il successivo, nel quale la misura risulta moralmente più giustificata che nel precedente.

E’ un sistema a doppia spirale: si aggravano le condizioni cliniche e si rafforza la motivazione morale a proseguire.

Le “spirali”, i circuiti a feedback positivo, sono frequenti in fisiopatologia: la sospensione di idratazione e alimentazione è una misura classificata come compassionevole che ha i meccanismi di una malattia e mima una malattia.

Questa scala, che può essere rifinita o rivista, mostra come un intero asse di valutazione sia stato ignorato, oltre alle altre variabili già dette.

Un altro compito dei vari esperti e delle varie istituzioni sarebbe dovuto essere quello di identificare e sbrogliare le combinazioni lecite e illecite di questa scala nelle varie circostanze.

Si sarebbe dovuto inoltre tenere presente la possibilità offerta da questa scala, per le sue caratteristiche di spirale doppia, di essere risalita confondendo le varie situazioni e scambiando la causa con l’effetto.

Tale “escalation retrograda” può spiegare l’insistenza, un poco sospetta, su questa particolare misura: consente di poter adottare con bassi rischi legali e d’immagine forme pilotate di decesso.

Un’insistenza che ha trovato la contrarietà di un tecnico ben accreditato, il prof. Ranieri, direttore della Rianimazione alle Molinette.

Questo rianimatore, non credente, sostenitore della “desistenza terapeutica”, ha affermato che lui sarebbe stato d’accordo a non praticare ad Eluana trasfusioni in caso di emorragia, e non somministrarle antibiotici in caso di polmonite; ma che “non avrebbe dormito la notte” se le avesse tolto alimentazione e liquidi (“Non le toglierei mai l’alimentazione” la Stampa, 21 gen 2009).

Sarebbe interessante approfondire le sue posizioni.

Invece con Eluana si è battuto molto sulla sospensione di cibo e acqua, nella forma “b2+c”; su soggetto giovane, con decorso della malattia di base particolarmente lento e quindi doloroso per i familiari.

Per valutare gli effetti di questa liberatoria, anzi questo trasferimento a terzi della podestà sul proprio corpo, che corrisponde alla richiesta di sospendere cibo e idratazione a giudizio dei medici, si dovrebbero considerare altri scenari.

Un caso diverso, e molto più comune di quello di Welby o Eluana è lo “c” puro: la sospensione dell’alimentazione e idratazione nello stato irreversibile e conclamato di agonia per una comune malattia dell’età anziana, una misura palliativa per il morente che è lecita e non è una novità.

Ma col testamento biologico potrebbe dare luogo ad abusi, incoraggiando il “portarsi avanti col lavoro” cioè anticipando la morte con l’anticipare la misura palliativa, se conviene; divenendo così un “b2+c” o un “b1+c”.

Un altro scenario, che diverrà tristemente comune, tanto da assumere dimensioni generazionali, è quello che sotto mentite spoglie percorre l’intera serie, “a2+b+c”: quello dell’anziano, in una casa di riposo, la cui demenza senile, e quindi la non autosufficienza, si aggravano. Qui il testamento biologico può essere la firma della propria condanna.

All’anziano che sta andando verso le forme più avanzate della demenza senile, che non sa più vestirsi, non parla e non comprende, è incontinente, va controllato perché assume comportamenti pericolosi, bisognerebbe aumentare l’assistenza infermieristica, con una riduzione dei profitti per la casa di cura, e con l’effetto clinico di doverla aumentare ulteriormente in futuro.

Invece di aumentare l’assistenza, se non ci sono motivi per essere prudenti, come una supervisione assidua e competente di parenti reattivi e forti, l’amministratore, che vuole conservare il suo posto e anzi fare carriera, può lasciare invariata l’assistenza infermieristica, o meglio ancora ridurla un po’, e lasciare così che insorgano complicazioni, stato di denutrizione, scompensi metabolici, piaghe da decubito, infezioni.

In questo modo si metterà lentamente in moto una spirale patogenetica, che va verso il decesso, e le condizioni del paziente peggioreranno.

Invece di fermare la spirale, la si fa progredire. Poco dopo che le condizioni sono rappresentabili come sufficientemente gravi da non dover temere accuse penali, si considera il paziente morente, e si aggiunge la spirale della sospensione della alimentazione e idratazione: avendo in cartella il modulo “testamento biologico” firmato lo si lascia morire di fame e sete, con un decorso che richiede in genere dai 3 ai 15 giorni.

Giorni nei quali la persona muore di sete e di fame letteralmente. Si dice che il paziente comunque in questo stato non soffra; io ho visto che, soprattutto se trascurato, e negli ospedali vengono trascurati anche quelli che hanno voce ed escono vivi, può invece andare incontro a una morte lenta e terribile.

Alla porta della casa di riposo fanno la fila altri anziani, meno gravi e quindi più redditizi. Avanti il prossimo.

“Ho saputo che hai seppellito tua moglie” “Per forza. Era morta”.

Questa battuta viene riportata come esempio di humor inglese, e in effetti non è che faccia scompisciare.

Serve però a ricordare che certi atti sono leciti solo sotto determinate condizioni.

Non varrebbe la pena discutere di questi rischi di omicidio nascosto che il testamento biologico, e gli interessi economici che lo stanno promuovendo, comportano? Ma la gente davvero crede che ci sia tutta questa ansia di farli vivere ad ogni costo? Lo sa cosa sta firmando, firmando quei moduletti del testamento biologico?

Dopo l’aborto, dopo gli espianti di organi, non pensano bioeticisti, giuristi, legislatori, opinione pubblica, che vi sia una terza situazione che impone di definire legalmente e in termini precisi lo stato vitale, in questo caso quand’è che si entra nella fase terminale, entro la quale possono essere prese misure che altrimenti configurano gravi reati?

Se le cose devono andare così, se la vita non gode di particolari privilegi, se è tutta una questione di soldi; ma anche se, indipendentemente dal motivo economico, la soluzione praticabile fosse solo questa, non sarebbe doveroso ammetterlo apertamente e fare in modo che il decesso pilotato sia chiamato col suo nome e sia un affare il meno sporco possibile?

E, davanti allo spettro dell’eutanasia di routine, non si dovrebbe tornare indietro, fino a esaminare anche l’altro capo del problema, la medicalizzazione esasperata, l’imbocco del percorso che porta a queste situazioni?

Che la morte è un evento naturale e da accettare ci viene ricordato solo quando, seguendo il corso voluto dagli interessi commerciali, non è più utile all’industria medica illuderci sulle fantastiche capacità della medicina di darci la vita eterna.

Nessun uomo è un’isola, e la morte dell’individuo non è un problema esclusivamente privato come affermano i sostenitori del testamento biologico, ma di fatto attira l’attenzione degli altri.

Ed è giusto che sia così, e che quindi la modalità della morte dell’individuo rimanga entro forme accettabili per la società.

Sono proprio i sostenitori del testamento biologico a dimostrare questa valenza sociale della morte, propugnando un sistema di controllo del fine vita tutto sommato ipocrita, un lavarsene le mani che salva le apparenze ma che nel caso concreto può divenire una barbarie mascherata, alla quale può essere preferibile l’eutanasia.

Forse l’eutanasia di massa sarà introdotta in uno stadio successivo; e a quel punto sarà effettivamente un miglioramento, relativo.

Come ho già scritto in precedenza, non ho soluzioni certe; ma penso che per avere le migliori soluzioni possibili il primo passo, la prima laicità vera, sia di guardare in faccia la realtà e definire il problema nei suoi termini reali, rifiutando le sirene del relativismo epistemico.

Considerando quindi non solo in astratto i pazienti, i medici e la Chiesa, ma anche gli interessi economici e politici “laici”, le condizioni cliniche e psicologiche specifiche del malato, l’epidemiologia dei decessi e le relative caratteristiche delle varie tipologie, l’informazione, o la disinformazione, date al pubblico.

Considerando non solo il “chi decide” ma anche il “cui prodest” e quindi il “chi decide, in realtà”.

Anche il clero ha adottato il relativismo epistemico: i preti questa semplice circostanza del secundum quid, che conoscono fin troppo bene, e che costituirebbe un argomento forte per le tesi che dicono di sostenere, non l’hanno presentata ma l’hanno lasciata nell’ombra; e invece hanno retto il gioco agitando regole da incubo sull’obbligatorietà del sondino nasogastrico e degli altri tubi delle vie non orali, sul “proibito morire”, sulla vegetazione a oltranza; in modo da terrorizzare e spingere nelle braccia del partito del testamento biologico.

Come se non fossero anche loro avveduti manager dell’industria della sanità, che nelle loro tante strutture non buttano i soldi dalla finestra ma fanno quadrare i bilanci e sorridere gli investitori.

La discussione sul testamento biologico è anche un rito col quale viene confermata l’immagine che preferiamo della morte, questa realtà inaccettabile.

E il testamento biologico, una nuova resa al mercato, è stato presentato come un atto dove sensibilità e intelletto uniscono le forze contro la morte, per la dignità umana: non le permettiamo di torturarci, siamo noi che decidiamo.

In realtà, si è affondata la testa sotto la sabbia, si sono applicati all’etica e al razionale le colorate categorie del culturale. I fatti sono stati messi da parte.

Esiste da decenni un filone di estetizzazione della malattia, che tende ad avvicinarla ad una merce, ad un prodotto che può essere venduto al meglio impaccandolo e presentandolo opportunamente.

Coi casi Welby ed Englaro nell’immaginario collettivo la morte è stata ipostatizzata, in una forma terribile ma definita, e quindi contrastabile.

Si riafferma l’immagine della morte come si deve, col ghigno e la falce fienaia, la morte-persona contro la quale si può fare qualcosa.

Si esce dalla vita in maniera romantica, andando in coma dopo una gran zuccata, o ghermiti da una carogna come una delle malattie neurologiche degenerative che colpiscono i giovani; e dicendo: “basta”.

Ci sarebbero voluti dei biostatistici onesti per spiegare che nella maggior parte dei casi si muore secondo modalità meno letterarie; oppure dei poeti, come Eliot, a dire che quando il mondo finisce, spesso finisce “Not with a bang but a whimper”.



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Vent’anni fa Tienanmen


Vent’anni fa Tienanmen.







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Il mistero del ragazzo che sfidò i tank a Tienanmen





di Federico Rampini
(Giornalista)




da Repubblica.it del 4 giugno 2009

“Per anni io e i miei amici abbiamo cercato di rintracciare il giovane che tenne testa ai carriarmati di Tienanmen - mi dice il dissidente cinese Xu Youyu - all’inizio abbiamo temuto che fosse stato arrestato, poi che fosse morto. Su di lui si formarono delle leggende, qualcuno sosteneva che si era fatto la chirurgia plastica per non farsi riconoscere. Oggi sono propenso a credere che sia ancora vivo”.

Xu non divulgherà mai degli indizi che possano portare a rintracciare quell’ex contestatore, la figura-simbolo della resistenza di vent’anni fa.

L’immagine fece il giro del mondo intero, divenne il simbolo della tragedia di Pechino.

È il 5 giugno 1989, già da 24 ore procede implacabile l’intervento militare per schiacciare la “primavera democratica”, quando diversi fotografi occidentali affacciati alle finestre del Beijing Hotel riprendono la scena.

Una colonna blindata scende lungo il Viale della Pace Eterna, di colpo è costretta a immobilizzarsi. Un giovane si è piazzato in mezzo alla strada, blocca il carroarmato di testa.

Sta ritto in piedi, con la mano sinistra tiene la giacca a penzoloni, con la destra due sacchetti di plastica della spesa.

La scena sembra irreale: i tank fermi uno dopo l’altro in fila indiana, quella figura esile che sembra soggiogarli.

L’autista del primo blindato fa manovra, cerca di aggirare il ragazzo sulla destra.

Lui gli si para davanti di nuovo, allarga le braccia come si fa per domare una bestia.

Poi il giovane fa un salto, sale sul carroarmato per parlare col soldato visibile dalla feritoia.

“Tornate indietro! Smettete di uccidere il nostro popolo!” è l’urlo che i testimoni ricordano.

Poi tutto accade in un attimo: il ragazzo è sceso dal blindato, ora è circondato da amici che lo aiutano a scappare.

La sua sorte è rimasta un mistero affascinante.

In Occidente quelle foto divennero il ricordo di un coraggio inaudito, rafforzarono la solidarietà verso la protesta studentesca.

Si è creduto che il regime cinese avrebbe fatto il possibile per catturare il protagonista di quel gesto sfrontato.

Nel ventesimo anniversario del massacro, ricostruire quelle ore aiuta a capire la strategia della repressione: chi fu colpito, come, con quali priorità.

La Cina di oggi è figlia del dopo-Tienanmen, quando il regime stabilì un ordine e una logica nel castigo.

Lontano da Tienanmen. “La repressione armata - ricorda Xu - non avvenne a Piazza Tienanmen ma più lontano. Le cataste di cadaveri io le vidi sulle vie Fuyou e Changan. I massacri peggiori avvennero all’ingresso dei blindati in città, e nelle aree di Fuxingmen e Muxidi”.

Il ragazzo che sfidò i tank senza che dai blindati partisse un solo colpo, era per fortuna troppo vicino a Tienanmen: una piazza dal potente significato simbolico, dove i leader comunisti volevano ridurre al minimo lo spargimento di sangue.

Tienanmen è da secoli il luogo sacrale del potere cinese, all’ingresso della Città Proibita dove viveva l’imperatore.

La sua importanza è stata rafforzata dall’iconografia rivoluzionaria: il rinascimento repubblicano della Cina si fa risalire alla manifestazione degli studenti il 4 maggio 1919 in quella piazza; Mao Zedong vi proclamò la vittoria del comunismo nell’ottobre 1949 e la sua salma imbalsamata è custodita nel mausoleo centrale.

Per questo nel maggio 1989 gli studenti scelsero di lanciare proprio lì lo sciopero della fame.

Per questo la propaganda del regime nelle terribili giornate di giugno si ostinava a ripetere che “nessuno era stato ucciso a Tienanmen”.

Il numero delle vittime è tuttora un segreto di Stato, le stime raccolte da Amnesty International variano fra 700 e 3.000 morti.

Ma le versioni concordano su questo: pochi morirono dentro il “cerchio magico”, il perimetro della piazza stessa.

Deng Xiaoping, l’anziano leader che orchestrò l’intervento dell’esercito, non voleva lasciare in eredità al regime comunista la maledizione di una carneficina avvenuta in un luogo troppo gravido di storia.

Nei mesi successivi la repressione seguì un criterio, non fu indiscriminata.

L’intellettuale dissidente Zhang Boshu, che oggi è uno dei firmatari di Charta 08, ricorda la caccia alle streghe.

“Deng e i suoi sapevano che l’uso della forza militare era stato illegale. Perciò dopo il 4 giugno gli arresti, le condanne e le deportazioni, tutto avvenne in segreto. Non ci fu un solo processo pubblico. C’erano i super-ricercati e le liste di proscrizione nei luoghi di lavoro. Le sezioni del partito comunista erano incaricate di fare le istruttorie a carico dei colpevoli. Era così in ogni luogo di lavoro, comprese le università e l’Accademia delle Scienze dove lavoro”.

Zhang ricorda di essere stato fortunato, di aver scansato le punizioni più esemplari.

“Eravamo tantissimi ad aver partecipato al movimento per la democrazia. Per mesi quella era stata una protesta di massa. Era impensabile punire tutti: avrebbero dovuto arrestare metà della popolazione di Pechino. Io scampai al peggio perché non ero iscritto al partito. Uno dei bersagli contro cui si accanirono dopo il 4 giugno erano i comunisti doc. La priorità di Deng era l’epurazione interna. Il nemico più odiato era la corrente dei riformisti democratici all’interno del partito, gli amici di Zhao Ziyang, il segretario generale che Deng aveva deposto con un golpe. Quella era la minaccia, perché Zhao aveva goduto di un consenso reale tra gli stessi comunisti, il partito si era spaccato in due”.

Andò peggio agli operai. Due pesi e due misure si avvertirono nel diverso trattamento riservato a studenti e operai.

Già l’8 giugno 1989 l’ufficio della Pubblica sicurezza di Shanghai arrestava 13 operai, 3 dei quali vennero condannati a morte e fucilati dal plotone di esecuzione.

Delle 48 esecuzioni pubbliche a Pechino nei giorni seguenti nessuna ebbe per vittima uno studente.

Era partita la grande operazione di recupero delle élite, la lunga marcia per cooptare intellettuali e studenti al servizio del potere.

La vera lezione che i leader comunisti impararono da quelle giornate è questa: non bisogna mai più ritrovarsi “contro” la parte più istruita e moderna della società.

Per gli irriducibili cominciò la traversata del deserto, una serie di vessazioni che durano ancora oggi: promozioni negate, niente permessi di viaggio all’estero, l’emarginazione costante.

Uno stillicidio di vendette che non ha impedito a Xu e Zhang di continuare la loro lotta per i diritti umani.

Con tutti gli altri il regime è stato magnanime, e l’elargizione di vantaggi alle professioni intellettuali è stata redditizia.

“Vent’anni dopo - ammette Zhang - non c’è all’orizzonte una forza alternativa al partito comunista, non esiste un movimento che possa guidare la transizione pacifica verso la democrazia. E’ dentro il partito comunista che deve nascere questa spinta per il cambiamento”.






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La Sezione di verona dell’A.N.M. sulla vile aggressione al Procuratore Schinaia


ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
Sezione di Verona


La vergognosa aggressione patita dal collega Schinaia dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, come i toni e le parole volutamente sconsiderate, irrispettose del presunto avversario e irridenti alle istituzioni abbiano un immediato effetto concreto.

In questo clima di ripetuti e gratuiti attacchi all’Ordine Giudiziario, portati anche da soggetti di alto profilo istituzionale, un gruppo di ragazzi si è sentito legittimato ad aggredire vigliaccamente alle spalle (in assoluto contrasto con i “codici di onore” a cui gli stessi dichiarano di ispirarsi) un Magistrato della Repubblica, dopo averlo ripetutamente offeso.

Solo per un mero caso le conseguenze di un simile comportamento non sono state gravi.

Al collega Schinaia, uomo e magistrato di cui tutti conoscono e apprezzano la signorilità, umanità, pacatezza e preparazione giuridica, va tutto il nostro sostegno e la nostra sincera amicizia di cittadini e di magistrati.

I colleghi dell’Associazione Nazionale Magistrati di Verona sperano che simili episodi, che avviliscono e feriscono la nostra vita sociale e politica, non abbiano più a ripetersi e si impegnano ad operare affinché, nel rispetto delle regole e delle leggi, questo clima di scontro e di delegittimazione delle istituzioni sia relegato tra i brutti ricordi.

Verona, 3 giugno 2009

Il Presidente della Sezione A.N.M. di Verona
Ernesto D’Amico




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Verona, aggredito capo della Procura



Mario Giulio Schinaia stava rincasando nella serata di ieri dopo una festa in parrocchia quando si è accorto di essere seguito da alcuni ragazzi. Uno lo ha colpito con una bottiglia. Il magistrato: “Le nostre inchieste hanno dato fastidio a qualche fazione di giovani violenti”.


da Repubblica.it del 2 giugno 2009


Verona - Prima l’aggressione verbale, poi quella fisica.

Il procuratore di Verona, Mario Giulio Schinaia, è stato picchiato ieri sera da un gruppo di giovani mentre rientrava a casa.

La Digos sta svolgendo indagini a tutto campo per far luce sull’accaduto. Una delle piste sembra comunque indirizzarsi verso i gruppi violenti dell’estrema destra.

Va ricordato, tra l’altro, che, poco più di un anno fa, il 5 maggio 2008, a Verona venne ucciso di botte un giovane di 29 anni, Nicola Tommasoli.

I colpevoli, cinque ragazzi legati all’ambiente della violenza di estrema destra, sono stati arrestati grazie anche al lavoro della Procura.

Schinaia, dopo aver partecipato ad una festa parrocchiale, stava andando a prendere la sua auto per far ritorno a casa quando si è accorto di essere seguito da un gruppo di giovani che tra loro parlavano ad alta voce usando parolacce.

Poi, improvvisamente uno dei ragazzi si è staccato dal gruppo, ha raggiunto il magistrato e lo ha colpito alle spalle con una bottiglia vuota facendolo cadere a terra e coprendolo di insulti e frasi offensive.

Il procuratore ha fatto ricorso alle cure mediche, ma ha già annunciato che domani sarà al lavoro nel suo ufficio.

Il magistrato si è detto molto amareggiato perché “la violenza andrebbe da tutti condannata senza se e senza ma”, aggiungendo che “sarebbe bello se i giovani capissero che bisogna usare le parole e non la violenza per farsi capire, per manifestare le proprie opinioni”.

Sulla dinamica dell’aggressione Schinaia, al momento, ha detto di non essere in grado di riconoscere chi l’ha colpito, ma è convinto che le inchieste della Procura scaligera devono aver dato fastidio “a qualche gruppo di giovani che usa la violenza” e che solo “menti pigre rischiano di non accorgersi di questa realtà”.

Da tempo, infatti, i magistrati veronesi stanno indagando, tra l’altro, su gruppuscoli in qualche mondo riconducibili all’estrema destra radicati in città.

Schinaia ha aggiunto che “un fatto del genere non è mai successo a Verona”; è tragica l’idea “che un ragazzo colpisca alle spalle. E’ un atto vigliacco”.

Per il sindaco scaligero, Flavio Tosi, l’aggressione di Schinaia è stato “un atto di violenza brutale, vile e inqualificabile, tanto più grave in quanto rivolto contro una persona che rappresenta una delle più alte autorità dello Stato a Verona”.

“Chi aggredisce il procuratore della Repubblica - ha sottolineato Tosi - aggredisce lo Stato e quindi tutti noi”.

Parole di solidarietà sono state inviate a Schinaia anche dal Pd con Federica Mogherini, membro della segreteria nazionale, che ha detto che l’aggressione “trova sponda e legittimazione in atteggiamenti e parole di odio cui troppo spesso alcune forze politiche ricorrono”.

Anche il ministro per le Politiche agricole, Luca Zaia, ha voluto esprimere solidarietà al procuratore capo di Verona: “Condanno con fermezza questo episodio di violenza - ha detto il ministro - realizzato da chi vuole macchiare e avvelenare con l’odio il rapporto tra le istituzioni e i cittadini”.


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martedì 2 giugno 2009

Camminare in fila indiana









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lunedì 1 giugno 2009

Una Procura ad personam?






di Chiazzese





Leggendo l’esposto di Silvio Berlusconi al Garante per la privacy sulla vicenda delle fotografie di Antonello Zappadu sequestrate dalla Procura di Roma, qualcosa non convince.

Secondo la versione di Berlusconi - dalla cui denuncia, come lascia intendere lo stesso avvocato del Premier Nicolò Ghedini, sarebbe pure partita l’iniziativa della Procura capitolina -, Antonello Zappadu, un fotografo di Olbia, offre in vendita fotografie carpite illegittimamente che ritraggono momenti di vita privata all’interno della nota residenza del Premier di villa Certosa, in località Porto Rotondo, ad Olbia, Sardegna.

Zappadu offre le immagini anche ad un collaboratore di Panorama, tale dottor Amadori, che informa il direttore del settimanale, dottor Belpietro, che a sua volta informa Ghedini.

Zappadu, dopo alcuni contatti con il dottor Amadori, lo incontra; a Milano.

Fatto presente che le fotografie sono di “eccezionale interesse”, gli dice che c’è chi - il gruppo Hachette-Rusconi tramite il direttore di Gente Monica Mosca - sarebbe disposto a pagare molto profumatamente quelle fotografie, addirittura 1,5 milioni di euro, e gli prospetta la possibilità di comprarle alla medesima cifra. Per dimostrargli la serietà dell’offerta, quindi, gli invia un campione di foto ed una bozza del contratto di compravendita. Amadori passa il tutto a Belpietro, il quale a sua volta passa il tutto a Ghedini. Questi telefona a Mosca - il direttore di Gente - ed apprende che non c’era stata e non c’era in corso nessuna trattativa tra Zappadu ed il gruppo Rusconi, non essendo quest’ultimo interessato alle fotografie.

Questi i fatti riferiti da Berlusconi, il quale, per questi fatti, accusa Zappadu:

- del reato di “interferenze illecite nella vita privata” (art. 615 bis c.p.): “Chiunque mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’art. 614 [abitazione, altri luoghi di privata dimora ed appartenenze di essi], è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni”;

- del reato tentata truffa per avere “tentato di procurarsi un ingiusto profitto prospettando l’indebita pubblicazione di materiale fotografico che avrebbe potuto provocare un evidente danno d’immagine ove maliziosamente prospettato, senza le facili spiegazioni che soltanto i diretti interessati avrebbero potuto fornire”.

Oltre all’esposto al Garante, Berlusconi denuncia il tutto alla Procura della Repubblica di Roma, che tempestivamente sequestra le foto.

Come dicevamo all’inizio, c’è qualcosa che non convince in questa storia.

Il comportamento del direttore di Panorama? Certo, solo in Italia accade che il direttore di un settimanale come Panorama, venuto a conoscenza dell’esistenza di fotografie di “eccezionale interesse” sul Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi, anziché decidere se trattarne l’acquisto o meno, comprarle o meno, pubblicarle o meno, come avrebbe fatto qualsiasi “Giornalista”, informa l’avvocato di Berlusconi e gli passa il campione di foto fattogli pervenire dal fotografo. Ma, appunto, siamo in Italia, dove comportamenti del genere, purtroppo, non sono più - o forse non sono mai stati - sorprendenti. Quindi, anche se si tratta di quello stesso direttore che, se qualcuno lo chiama “dipendente di Berlusconi”, si inalbera come un ossesso (come si può vedere a questo link), proclamandosi “dipendente della mia coscienza”, non è questo che ci sorprende. Del resto, uno è dipendente della sua coscienza; se poi la coscienza è molto “devota”, lui che ci può fare?

Le perplessità sono altre.

Le fotografie sono state scattate in Sardegna; la condotta di Zappadu si svolge in Sardegna, da dove parla ed invia email, e, in parte, a Milano.

Se i fatti sono questi, a prescindere dal merito della vicenda, la Procura territorialmente competente è quella di Tempio Pausania (al limite, per la tentata truffa, quella di Milano). Che c’entra, in tutto questo, la Procura di Roma?

Esiste forse una competenza speciale per la tutela del Premier?


P.S. – Mentre mandavo questo post alla Redazione, apprendo che la Procura di Roma avrebbe riconosciuto la propria incompetenza (in senso territoriale, s’intende), trasmettendo il tutto alla Procura di Tempio Pausania!





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Il “doppio stato” e i casi De Magistris, Forleo, Genchi, Salerno


Vi segnaliamo, sul sito di MicroMega, a questo link, l’audio di un intervento di Marco Travaglio alla Fiera del Libro di Torino il 16 maggio 2009, nel quale affronta il tema della teoria c.d. del “doppio stato” e vi inserisce i casi De Magistris, Forleo, Genchi, Salerno.






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Rassegna stampa di Giugno 2009




a cura di Vanna Lora
(Docente di Storia e Filosofia)


La “Rassegna stampa” viene aggiornata quotidianamente.

Per non "intasare" il blog di tanti post tutti simili, la “Rassegna stampa” sta sempre in un solo post al mese, che aggiorniamo ogni volta che Vanna ci manda nuove segnalazioni.

Dunque, anche se il post ha sempre la stessa data, il suo contenuto viene aggiornato anche dopo la sua prima pubblicazione.

I link agli articoli di stampa sono in ordine cronologico: gli articoli più recenti sono in fondo.

Sulla sidebar di destra ci sono un link e un banner che consentono di rintracciare sempre facilmente le pagine della rassegna stampa.

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Giovanni Bianconi
La strage di via D’Amelio e il nuovo pentito. L’Antimafia indaga sulla verità di Spatuzza
in Corriere della sera, 1 giugno 2009

Francesco La Licata
“Boccassini non indaghi sulle stragi di mafia”
in Stampa, 1 giugno 2009

Marco Travaglio
Paese ad mafiam –Passaparola (VIDEO)
in Beppegrillo,1 giugno 2009 (Registrata il 29maggio)

Lorenzo Baldo
Le stragi: verità ancora possibile?
in Antimafiaduemila, 1 giugno 2009

Roberto Morrione
Falcone e Borsellino traditi per l’opportunismo e l’asservimento di gran parte dei mezzi d’informazione …
in Articolo21, 1 giugno 2009

Giuseppe D’Avanzo
Il nuovo volto del potere
in Repubblica, 1 giugno 2009

Stefano Rodotà
Italia, cronaca di un Paese senza
in Repubblica, 1 giugno 2009

Gad Lerner
La vergogna del giornalismo italiano
in Gadlerner.it,1 giugno 2009

Furio Colombo
Silvio da Casoria, l'educatore
in Unità, 31 maggio 2009

Marco Travaglio
Al Tappone & Topolanek
in Unità, 1 giugno 2009

Prodi festeggia 40 anni di matrimonio
in Corriere della sera, 1 giugno 2009

Enrico Franceschini
Il Times: “Cade la maschera del clown” Libération: “Lo scandalo è alle calcagna”
in Repubblica.it, 1 giugno 2009

Il Times attacca Berlusconi. La replica: falsità insufflate da sinistra
in Corriere.it,1 giugno 2009

Da Pd e Idv doppia interrogazione parlamentare sui voli di Stato
in Corriere.it, 1 giugno 2009

Massimo Giannini
Voli di Stato: è polemica (AUDIO)
in Repubblicatv,1 giugno 2009

La telefonata fra Marco Lillo e Roberta Arrigoni (AUDIO)
in Espressonline, 31maggio 2009

Marco Lillo
Com’è veramente andata
in Espressonline, 1 giugno 2009

Ottavio Olita intervista Domenico D’Amati
Foto sequestrate. D’Amati: violato l’interesse pubblico. Intervenga il Parlamento
in Articolo21, 31 maggio 2009

Marco Galluzzo
Il premier: lasciate in pace i miei figli
in Corriere della sera, 1 giugno 2009

Riccardo Rosa
Il bodyguard di veronica, pettegolezzi inventati
in Corriere della sera, 1 giugno 2009

Gianluca Luzi
Parte l’attacco a Veronica
in Repubblica, 1 giugno 2009

Paolo Colonnello
Sul “compagno” di Veronica smentite alla Santanché
in Stampa,1 giugno 2009

Carmelo Lopapa
“Offerti soldi alla velina del Gf”. E l’Espresso querela Il Giornale
in Repubblica, 1 giugno 2009

M.Gal.
“Il Cavaliere prepara l’attacco: ‘ Non ci sarà un nuovo ‘94’ “
in Corriere della sera, 1 giugno 2009

Alberto Custodero
Ministri, portaborse e amici triplicato il numero dei decolli
in Repubblica, 1 giugno 2009

Claudia Fusani
E’ qui la festa? Via vai sull’aereo di Stato. Tutti “gli ospiti” del premier
in Unità, 1 giugno 2009

Paola Di Caro
Il Pd accusa sui voli di Stato: triplicati, chi c’era a bordo?
in Corriere della sera, 1 giugno 2009

Marino Bisso
Voli di Stato, si muove la Procura. Il Pd: buttano via i nostri soldi
in Repubblica, 1 giugno 2009

Marco Bucciantini intervista Giuseppe Belleri
Quelle sei ragazze sedute sulle sue ginocchia e le altre foto censurate
in Unità, 1 giugno 2009

Tana de Zulueta
“Se la Merkel avesse una relazione affettiva con un ragazzo faccia d’angelo di 17 anni…”
in Articolo21, 1 giugno 2009

C.Man.
Aerei blu, archiviati Rutelli e Mastella
in Messaggero,1 giugno 2009

Salvo Palazzolo
Caos a Palermo, invasa dai rifiuti
in Repubblica, 1 giugno 2009

Barbara Saporiti
Palermo sommersa dai rifiuti “Intervenga la Protezione civile”
in Repubblica, 1 giungo 2009

Felice Cavallaro
Lombardo invoca il Colle: boccerà la legge contro di me
in Corriere della sera, 1 giugno 2009

Sergio Rizzo
Terremoto in Abruzzo i mugugni che è meglio non sottovalutare
in Corriere della sera, 1 giugno 2009

Massimo Giannini
Spa pubbliche e i trombati da riciclare
in Repubblica/Affari&Finanza, 1 giugno 2009

Guido Bolaffi
Cambiamo la legge sulla cittadinanza
in Corriere della sera/inserto economia, 1 giugno 2009

Giovanni Parente
Reato clandestinità: il dovere di denuncia viaggia anche in tram
in Sole24ore, 1 giugno 2009

Claudio Magris
Il voto tiepido per l’Europa
in Corriere della sera,1 giugno 2009

Marco Travaglio
“Verità o menzogna. Categorie irrinunciabili o moraliste?” (AUDIO)
in Micromega.net, 28 maggio 2009

Emiliano Sbaraglia intervista Gianluigi Nuzzi
I nuovi segreti dello Ior
in Micromega.net, 1 giugno 2009

Enrico Franceschini intervista Michale Bynyon
“Noi ispirati dalla sinistra? Ridicolo. Se è nei guai con le donne è una notizia”
in Repubblica, 2 giugno 2009

Furio Colombo
Il Duca di Casoria e l’opposizione silente
in Micromega.net, 1 giugno 2009

Paola Di Caro
Berlusconi: caso Noemi, su di me solo calunnie
in Corriere della sera, 2 giugno 2009

Claudio Tito
“Manovra internazionale contro di me” I sospetti di Silvio su Murdoch
in Repubblica, 2 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
Quegli scatti proibiti in Sardegna
in Corriere della sera, 2 giugno 2009

Paolo Berizzi
Zappadu vede gli avvocati e contrattacca “Nessun ricatto, i miei scatti sono 41”
in Repubblica, 2 giugno 2009

Gianluca Luzi
Berlusconi all’attacco della stampa estera
in Repubblica, 2 giugno 2009

Ugo Magri
Berlusconi vicino a scoppiare
in Stampa, 2 giugno 2009

Guido Ruotolo
Le foto a Villa Certosa fra topless e body guard
in Stampa, 2 giugno 2009

Andrea Carugati
“Noemi? Già detto tutto” Al premier basta Vespa
in Unità, 2 giugno 2009

Alberto Custodero
Voli di Stato, il governo difende: “Il premier ha agito legittimamente”
in Repubblica, 2 giugno 2009

Flavio Haver
Voli di Stato, procura al lavoro. Palazzo Chigi: uso legittimo
in Corriere della sera, 2 giugno 2009

Sergio Rizzo
Corsi e ricorsi dei privilegi
in Corriere della sera, 2 giugno 2009

Gemma Contin intervista Giuseppe Di Lello
“Lombardo non gioca di azzardo contro Berlusconi”
in Liberazione, 2 giugno 2009

Lirio Abbate
Netturbini, il potere forte di Palermo
in Stampa, 2 giugno 2009

M.B. intervista Leoluca Orlando
“Palermo, siamo al dissesto più totale”
in Articolo21, 1 giugno 2009

Vittorio Grevi
Processo penale, dentro la riforma due novità che fanno discutere
in Corriere della sera, 2 giugno 2009

Samantha Agrò
Contro l’Italia 6mila ricorsi
in Sole24ore, 2 giugno 2009

Elsa Muschella
Da "Libération" al "Times" critiche al Cavaliere
in Corriere della sera, 2 giugno 2009

E D'alema: anni fa mi offrì un talk show
in Corriere della sera, 2 giugno 2009

Luigi Ferrarella
Sulle foto "vietate" l'azione di pm romani e le competenze sarde
in Corriere della sera, 2 giugno 2009

Mauro Suttora intervista Giovanni Sartori
"E' l'ultimo scandalo del sultano"
in Oggi, 2 giugno 2009

Deborah Ameri intervista Roger Alton
"A Londra si dovrebbe dimettere"
in Oggi, 2 giugno 2009

Natalia Aspesi
Demolizione di una first lady
in Repubblica, 2 giugno 2009

Salvo Palazzolo intervista Enzo Sellerio
Enzo Sellerio: "Qui solo la mafia è rimasta vitale"
in Repubblica, 2 giugno 2009

Saverio Lodato/Andrea Camilleri
Il libro di Giancarlo Caselli andrebbe letto nelle scuole d'Italia
in Unità, 2 giugno 2009

Nadia Urbinati
Caccia al voto piccante
in Repubblica, 2 giugno 2009

Verona, aggredito capo della Procura. Sospetti su gruppi di estrema destra
in Repubblica.it, 2 giugno 2009

Emanuela Minucci
Insulti razzisti al museo "cacciate il Preside"
in Stampa, 2 giugno 2009

Gianni Barbacetto
Quel che accadrebbe se l’Italia fosse un paese normale
in Micromega.net, 3 giugno 2009

Marco Travaglio
Al Cappone
in Unità, 3 giugno 2009

Angelo d’Orsi
Il Caimano furioso
in Micromega.net, 2 giugno 2009

Mario Coffaro intervista Angelino Alfano
Alfano: dopo il voto, ordini separati legge sulle intercettazioni e nuovo Csm
in Messaggero, 3 giugno 2009

Nello Rossi
Csm sorteggiato? Idea irrazionale e anticostituzionale
in Riformista, 3 giugno 2009

Cosimo Maria Ferri
Al Csm serve il voto di preferenza
in Italia Oggi, 3 giugno 2009

Alberto Custodero
Voli di Stato, è ancora polemica costi aumentati di oltre 1 milione
in Repubblica, 3 giugno 2009

Andrea Bonanni
L’Europa al voto senza passione la Sinistra in lieve vantaggio
in Repubblica, 3 giugno 2009

Carlo Federico Grosso
Decalogo dell’uomo pubblico
in Stampa, 3 giugno 2009

Sueddeutsche: "Privato e politico". Su Open Democracy il disagio degli italiani
in Repubblica.it, 3 giugno 2009

Claudia Fusani
Bertolaso e lo scandalo eco balle che toglie il sonno al premier
in Unità, 3 giugno 2009

Napoli, quindici arresti per i rifiuti. Manette a politici, professori e funzionari
in Repubblica.it, 3 giugno 2009

Paolo Berizzi
Ma tra le foto di Villa Certosa ci sono scatti sfuggiti al sequestro
in Repubblica, 3 giugno 2009

Marino Bisso
Il premier rischia l’accusa di peculato indagini sulla ballerina di flamenco
in Repubblica, 3 giugno 2009

Umberto De Giovannangeli intervista David Lane
Un premier che si sottrae alla giustizia deve dimettersi
in Unità, 3 giugno 2009

Francesco Merlo
L’abuso di Stato
in Repubblica, 3 giugno 2009

Enrico Franceschini
Dalla libertà di stampa a papi altre 10 domande da Londra
in Repubblica, 3 giugno 2009

Claudia Guasco
Noemi: il mio ex Gino si è inventato la qualunque ma la famiglia ritira la querela
in Messaggero, 3 giugno 2009

Massimo Rossignati
Verona, naziskin aggrediscono il procuratore capo
in Gazzettino, 3 giugno 2009

M.Fu.
Verona, aggredito il procuratore delle inchieste sui neonazisti
in Corriere della sera, 3 giugno 2009

Roberto Bianchin
Verona, aggredito il giudice anti-nazi
in Repubblica, 3 giugno 2009

Lionello Mancini
Titano,un mistero lungo 20 anni
in Sole24ore, 3 giugno 2009

Enrico Fierro
Palermo, i roghi le promesse e la grande truffa dei rifiuti
in Unità, 3 giugno 2009

Presunto boss mafioso è "depresso". Passa dal 41 bis a Parma ai domiciliari
in Repubblica.it, 3 giugno 2009

Gian Antonio Stella
Alessandrini, corsa in nome del padre la sua perdita un lutto senza fine
in Corriere della sera, 3 giugno 2009

Carlo Annovazzi intervista Romano Prodi
Prodi: “Milano ha buttato via un anno. I litigi sull’Expo mi hanno disgustato”
in Repubblica-ed.Milano, 3 giugno 2009

Francesco Alberti intervista Romano Prodi
Il professore: io membro da un anno ma il clima di lite ci danneggia
in Corriere della sera, 3 giugno 2009

Gianni Vattimo
L’Europa che ci attende
in Micromega.net, 2 giugno 2009

Marco Travaglio
Ex voti
in Unità, 4 giugno 2009

Giuseppe D’Avanzo
Omissioni e sottomissioni
in Repubblica, 4 giugno 2009

Gian Antonio Stella
E’ la stampa, bellezza
in Corriere della sera/Magazine, 4 giugno 2009

Filippo de Lubac
Berlusconi ha esaurito il suo compito? Sibillina intervista a Marcello Dell'Utri
in Il Resto, 2 giugno 2009

Carlo Bonini
Voli di Stato, indagato Berlusconi
in Repubblica, 4 giugno 2009

Alberto Custodero
Aerei di Stato, bolletta da 60 milioni
in Repubblica, 4 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
Voli di Stato, atti sul premier al Tribunale dei ministri
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Guido Ruotolo
Aerei di Stato indagato il premier
in Stampa, 4 giugno 2009

Giovanni Bianconi
Il lodo Alfano in questo caso non scatterebbe
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Dino Martirano intervista Niccolò Ghedini
Ghedini: non c’è nulla, finirà con l’archiviazione
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Gianluca Luzi
“Meschinità, ho rispettato le regole” la controffensiva del Cavaliere
in Repubblica, 4 giugno 2009

Liana Milella intervista Niccolò Ghedini
“Dai magistrati un atto dovuto quegli scatti su Apicella li ho dati io”
in Repubblica, 4 giugno 2009

C.L.
In Germania: il premier si dovrebbe dimettere
in Repubblica, 4 giugno 2009

Stefano Corradino intervista Alexander Stille
“Noemi, Mills…Se Berlusconi fosse presidente Usa passerebbe guai seri…”
in Articolo21, 3 giugno 2009

Mancino e Alfano al Quirinale
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Riforma della giustizia al via Franceschini apre, Di Pietro no
in Riformista, 4 giugno 2009

Luigi Ferrarella
Giustizia, tutti fanno diagnosi ma nessuno studia la cura
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Mario Cicala
Il giudice fa politica
in Italia Oggi, 4 giugno 2009

Alfio Sciacca
Boss depresso in cella e i giudici di Catania lo mandano a casa
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Attilio Bolzoni
Tutti malati sotto la cupola
in Repubblica, 4 giugno 2009

Michela Giuffrida
“Scarcerate il boss, è depresso” mafia, sentenza shock in Sicilia
in Repubblica, 4 giugno 2009

m.lud.
“Sequestrati alla mafia 3,3 miliardi”
in Sole24ore, 4 giugno 2009

Lorenzo Salvia
Arresti per i rifiuti: docenti, funzionari e un politico del Pd
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
I pm: incarichi per amicizia o clientela. E ora Bertolaso teme per gli impianti
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Antonio Fraschilla
Palermo, militari per la raccolta netturbini in strada sotto scorta
in Repubblica, 4 giugno 2009

Alfio Sciacca
Emergenza a Palermo, arrivano i soldati. Netturbini sotto scorta
in Corriere della sera, 4 giugno 2009

Alessandra Ziniti
Cemento depotenziato, arresti. Sequestrati cinque cantieri
in Repubblica-ed.Palermo, 4 giugno 2009

Salvo Palazzolo
A Lugano il tesoretto di Provenzano
in Repubblica, 4 giugno 2009

Verona, aggredì il Procuratore. Arrestato un minorenne
in Repubblica.it, 4 giugno 2009

Adriana Cerretelli
Strasburgo,l’Italia punta alla presidenza
in Sole24ore, 4 giugno 2009

Guido Olimpio
Qaedisti arrestati in Italia: una trama complessa con sei punti cardine
in Corriere.it, 4 giugno 2009

Vulpio vs Mastella attacchino abusivo (VIDEO)
in Youtube, 3 giugno 2009

Las imàgenes censuradas de Berlusconi
in El Paìs, 5 giugno 2009

Le immagini proibite da Berlusconi
in El Paìs, 5 giugno 2009

Berlusconi al desnudo
in El Paìs, 5 giugno 2009

Berlusconi: “Foto innocenti” Ma denuncia il giornale spagnolo
in Repubblica.it, 5 giugno 2009

Miguel Mora
¿Donde està la izquierda italiana?
in El Paìs, 3 giugno 2009

L’ira e il silenzio
in Repubblica, 5 giugno 2009

Enrico Franceschini
Tanta cronaca e un po’ di ironia la stampa inglese risponde a Silvio
in Repubblica.it, 5 giugno 2009

Gianluca Di Feo
Con Papi si vola
in Espresso, 5 giugno 2009

Edmondo Berselli
Silvio circus
in Espresso, 5 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
Inchiesta sui voli di Stato. Si indaga su 5 passeggeri
in Corriere della sera, 5 giugno 2009

Marino Bisso
Voli di Stato, si indaga sugli ospiti i pm chiedono le liste e autorizzazioni
in Repubblica, 5 giugno 2009

m.lud.
Voli di Stato, l’indagine avanza. Berlusconi: “Sarà archiviata”
in Sole24ore, 5 giugno 2009

Claudia Fusani
Aerei ed elicotteri Fininvest diventano voli di Stato
in Unità, 5 giugno 2009

Peter Gomez
Signorine&Signorini
in Espresso, 5 giugno 2009

Marco Travaglio
Dalla Storia a Casoria
in Espresso, 4 giugno 2009

Guido Ruotolo
E Silvio disse a Villa Certosa non vado più
in Stampa, 5 giugno 2009

Enrico Franceschini intervista Roy Greenslade
Dietro la campagna non c’è Murdoch
in Repubblica, 5 giugno 2009

Marco Travaglio
Giuliano la Prostata
in Unità, 5 giugno 2009

Pino Corrias/Peter Gomez/Marco Travaglio
Per chi votiamo
in Voglioscendere, 5 giugno 2009

Lorenzo Salvia
Acerra nel mirino dei pm
in Corriere della sera, 5 giugno 2009

Biagio Marsiglia/Guido Olimpio
“Volevano colpire il métro” presi 5 terroristi a Milano
in Corriere della sera, 5 giugno 2009

Davide Carlucci
“Terroristi pronti a colpire la metro di Milano”
in Repubblica, 5 giugno 2009

Ma.Fu.
Confessa minore di famiglia-bene: ho picchiato il procuratore
in Corriere della sera, 5 giugno 2009

Luigi Ferrarella
Dossier illeciti: patteggia l’ex capo della security Pirelli
in Corriere della sera, 5 giugno 2009

Di Pietro e Santoro, minacce via posta. Buste con proiettile e la scritta “Morirai”
in Corriere.it, 5 giugno 2009

Lettera di minacce a Di Pietro e Santoro
in Lastampa.it, 5 giugno 2009

Pino Maniaci/Riccardo Orioles
L’antimafia resta sola
in Antimafiaduemila, 5 giugno 2009

Ennio Fortuna
La grande delusione del nuovo processo penale
in Italia Oggi, 5 giugno 2009

Mediaset dice addio a Mentana: divorzio “consensuale”
in Corriere.it, 5 giugno 2009

Facebook “Berlusconi, rispondi!” il gruppo raggiunge quota 90mila
in Repubblica.it, 5 giugno 2009

Roberto Laghi intervista Corrado Stajano
Capitale morale corrotta, nazione infetta (AUDIO)
in Micromega.net, 5 giugno 2009

Alba Guarresca intervista Pietro Grasso
“Non mi piace che non sia fatta interamente chiarezza sull’assassinio del giudice Borsellino”
in Italiadallestero, 30 maggio 2009

Alba Guarresca intervista Pietro Grasso
“Cela me déplaît que toute la lumière sur l’assassinat du juge Borsellino ne soit pas faite »
in Le Courrier, 30 maggio 2009

Barbara Spinelli
Dove porta l’odio dell’altro
in Stampa, 6 giugno 2009

Eugenio Scalfari
Le anime belle di fronte alle urne
in Repubblica, 6 giugno 2009

Tommaso Padoa Schioppa
Se gli europei dicessero: yes, we can
in Repubblica, 6 giugno 2009

Francesca Caferri intervista Kristina Morvai
“Stanchi di zingari e ebrei ma non chiamateci nazisti”
in Repubblica, 6 giugno 2009

Marco Zatterin
Olanda, boom della destra xenofoba “Troppa Europa e troppi islamici”
in Stampa, 6 giugno 2009

Lorenzo Fuccaro
“El Paìs” pubblica le foto sarde. Berlusconi: inaccettabile, querelo
in Corriere della sera, 6 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
In Colombia tutti gli scatti di Zappadu
in Corriere della sera, 6 giugno 2009

Alessandro Oppes intervista Javier Moreno
“Ripristinato un diritto negato a voi italiani”
in Repubblica, 6 giugno 2009

Gabriele Romagnoli
La matrioska di Villa Certosa
in Repubblica, 6 giugno 2009

Norma Rangeri
I maggiordomi del Cavaliere
in Manifesto, 5 giugno 2009

Dora Quaranta intervista Raffaele Cantone
Intervista a Raffaele Cantone: magistrato per amore del diritto
in Antimafiaduemila, 5 giugno 2009

S.Sta.
“I dati Bankitalia sui precari non ci risultano”
in Corriere della sera, 6 giugno 2009

Stefano Lepri
Ma Bankitalia conferma le stime
in Stampa, 6 giugno 2009

Stefania Tamburello
Via Nazionale, il clima elettorale e la conferma sulle stime
in Corriere della sera, 6 giugno 2009

Marino Bisso/Elsa Vinci
Voli di Stato, pm al lavoro nella mappa della procura almeno altri 5 sono sospetti
in Repubblica, 6 giugno 2009

Mariolina Sesto
Voli di Stato, Rutelli convoca Letta
in Sole24ore, 6 giugno 2009

Aldo Fontanarosa
Esposto di Tremonti contro Report. Gabanelli: “E’ solo giornalismo”
in Repubblica, 6 giugno 2009

Luca Telese intervista Fabrizio Rondolino
“Il piano per D’Alema al Quirinale”
in Giornale, 6 giugno 2009

Marco Travaglio
Un uomo solo al telecomando
in El Paìs, 6 giugno 2009

José Saramago
La cosa Berlusconi
in El Paìs, 6 giugno 2009

Miguel Mora
Anatomia di Berluscolandia
in El Paìs, 7 giugno 2009

Filippo Di Giacomo
Alla sinistra di Papi
in El Paìs, 6 giugno 2009

Furio Colombo
Parlar male di Berlusconi
in Unità, 7 giugno 2009

Aldo Cazzullo
Lo staff “bocciò” D’Alema per Palazzo Chigi “meglio il Quirinale”
in Corriere della sera, 5 giugno 2009

Gianni Barbacetto
Piano di Rinascita Democratica da “Drive In”
in Micromega.net, 7 giugno 2009

M.Ne.
Il presidente Copasir fa pressing sui vertici: quella telefonata al generale Piccirillo
in Corriere della sera, 7 giugno 2009

Marco Nese
Il premier e le foto sarde. Il Pdl critica i Servizi
in Corriere della sera, 7 giugno 2009

Marco Galluzzo
Il Pdl, le foto e i sospetti sugli 007
in Corriere della sera, 7 giugno 2009

Marino Bisso
Voli di Stato, dieci volti da identificare, il Copasir: indagini su aerei e sicurezza
in Repubblica, 7 giugno 2009

Alessandro Oppes
“El Paìs” pubblica altre foto delle feste del premier a Villa Certosa
in Repubblica, 7 giugno 2009

R.R.
Foto a Villa Certosa, accertamenti Copasir su sicurezza-Le foto? Poteva essere un fucile
in Sole24ore, 7 giugno 2009

Gianni Messa
Lecco, esplode il caso Brambilla “Saluto fascista alla festa dell’Arma”
in Repubblica-ed.Milano, 6 giugno 2009

Foto (dalla Gazzetta di Lecco)
in Repubblica-ed.Milano, 6 giugno 2009

Marco Travaglio
Il partito dell’amore
in Unità, 6 giugno 2009

Nicola Tranfaglia
Con il ddl intercettazioni a rischio le nostre libertà fondamentali
in Articolo21, 6 giugno 2009

Barbara Spinelli
Incapaci di pensare europeo
in Stampa, 7 giugno 2009

José Saramago
La cosa Berlusconi
in El Paìs, 7 giugno 2009 (traduzione di italiadallestero)

Massimo Giannini
Il plebiscito mancato
in Repubblica, 8 giugno 2009

Guido Compagna
Proiezioni: Pdl al 35, 4%, Pd al 26, 7
in Sole24ore, 8 giugno 2009

Marco Travaglio
I veri vincitori/1
in Carta Canta/repubblica.it, 8 giugno 2009

Marco Travaglio
Europa, istruzioni per l’uso (interno)
in Unità, 8 giugno 2009

Paolo Flores D’Arcais
Sconfitto Berlusconi. Ora si può uscire dal tunnel (AUDIO)
in Micromega.net, 8 giugno 2009

Federico Geremicca
Silvio e Dario due leader acciaccati
in Stampa, 8 giugno 2009

Lorenzo Salvia
Il voto delle Europee delude il Pdl
in Corriere della sera, 8 giugno 2009

Marco Galluzzo
Berlusconi, gelo dai dati: ma aspetto quelli veri
in Corriere della sera, 8 giugno 2009

Claudio Tito
Il Cavaliere sperava nel “voto tombale”
in Repubblica, 8 giugno 2009

Gianluca Luzi
Berlusconi non sfonda, cala il Pd -Prime proiezioni, Pdl in flessione. Pd in calo, Di Pietro raddoppia
in Repubblica, 8 giugno 2009

Filippo Ceccarelli
Il Cavaliere santo ma non subito l’agiografia frenata dalle proiezioni
in Repubblica, 8 giugno 2009

Amedeo La Mattina
L’amarezza del premier “E’ un brutto risultato”
in Stampa, 8 giugno 2009

Ugo Magri
Da Lega e Di Pietro schiaffo a Pdl e Pd
in Stampa, 8 giugno 2009

Francesco Grignetti
Di Pietro esulta “Ora una nuova coalizione”
in Stampa, 8 giugno 2009

Andrea Fabozzi
Di Pietro fa festa c’è un vincitore all’opposizione
in Manifesto, 8 giugno 2009

Marco Zatterin
La sinistra crolla in Europa
in Stampa, 8 giugno 2009

Alessandra Arachi
Balzo di Di Pietro: “Nell’opposizione cresciamo solo noi”
in Corriere della sera, 8 giugno 2009

Liana Milella
Il voto di protesta premia Di Pietro "siamo l’opposizione che vince"
in Repubblica, 8 giugno 2009

Valentina Baldisserri intervista Luigi De Magistris
“Idv, successo spalmato in tutta Italia” (AUDIO)
in Corrieretv, 8 giugno 2009

Luca Telese
Pannella perde la guerra: dopo 30 anni addio al seggio
in Giornale, 8 giugno 2009

Francesco Verderami
Ora il premier teme la sfida di tre Procure – Offensiva su intercettazioni e giustizia
in Corriere della sera, 8 giugno 2009

Luigi Offeddu
La carica dell’ultradestra scuote il Continente
in Corriere della sera, 8 giugno 2009

Andrea Bonanni
L’onda conservatrice – L’Europa svolta a destra sull’onda di crisi e astensione
in Repubblica, 8 giugno 2009

Andrea Tarquini
Dall’Austria all’Est, vento xenofobo – Dall’est ondata di estrema destra boom delle camice nere ungheresi
in Repubblica, 8 giugno 2009

Maria Grazia Bruzzone
E la sinistra radicale scompare anche dall’Ue
in Stampa, 8 giugno 2009

Umberto De Giovannangeli intervista Massimo Salvadori
La gauche ha perso identità e valori sconfitta annunciata
in Unità, 8 giugno 2009

Conchita Sannino
Vota Noemi, il seggio chiude e la gente grida vergogna
in Repubblica, 8 giugno 2009

Enrico Franceschini
La stampa inglese insiste “Bromuro a Berlusconi”
in Repubblica, 7 giugno 2009

Mario Pirani
Referendum, l’astensione è la sola via di salvezza
in Repubblica, 8 giugno 2009

Felice Cavallaro
L’Mpa non entra in Sicilia, resa dei conti tra Lombardo e Pdl
in Corriere della sera, 8 giugno 2009

Roberto Natale
Intercettazioni, spira un brutto vento sulla cronaca giudiziaria
in Articolo21, 7 giugno 2009

Patrizia Capua
E’ clandestina e senza codice fiscale “Niente maturità”. Poi il dietrofront
in Repubblica, 8 giugno 2009

Europee 2009, Rita Borsellino: “Dedicato ai siciliani” (VIDEO)
in Repubblicatv, 9 giugno 2009

Ezio Mauro
La crepa è aperta
in Repubblica, 9 giugno 2009

Marco Travaglio
I veri vincitori/2
in Carta Canta/repubblica.it, 9 giugno 2009

Claudio Tito
Berlusconi incolpa gli ex di An “Ho combattuto solo contro tutti”
in Repubblica, 9 giugno 2009

Alberto Statera
E la Lega di lotta e di governo ora dilaga sopra e sotto il Po
in Repubblica, 9 giugno 2009

Stefania Aloia
Preferenze, Berlusconi non fa il record
in Repubblica, 9 giugno 2009

Carlo Bertini
Berlusconi il più votato ma non arriva a 3 milioni
in Stampa, 9 giugno 2009

Marco Cremonesi
Bossi, cena ad Arcore con un nuovo patto
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Gian Antonio Stella
E la Lega superò “i confini celtici”
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Miguel Gotor
Il vincitore segreto è Fini
in Sole24ore, 9 giugno 2009

Marco Castelnuovo
Sei milioni di voti in fuga da Pd e Pdl
in Stampa, 9 giugno 2009

Francesco Alberti intervista Romano Prodi
Prodi spinge per il ricambio: “Ci sono pagine da voltare”
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Fra.Gri. intervista Luigi De Magistris
“Questione morale il Pd deve svegliarsi”
in Stampa, 9 giugno 2009

Maurizio Caprara intervista Valentino Parlato
Parlato: la gauche pensa alle bibite, non sa capire dove va la società
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Maria Grazia Bruzzone
Rai, la Lega lancia Paragone. “A noi un direttore di Rete”
in Stampa, 9 giugno 2009

Marcello Sorgi
Berlusconi e lo schiaffo siciliano
in Stampa, 9 giugno 2009

Sebastiano Messina
Lombardo esulta dopo il boom in Sicilia “Adesso facciamo il partito del sud”
in Repubblica, 9 giugno 2009

G.G.V.
“Effetto Noemi” sul voto, i cattolici divisi
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Barbara Fiammeri intervista Marcello Dell’Utri
Sì un effetto-Noemi c’è stato
in Sole24ore, 9 giugno 2009

Giacomo Galeazzi
Effetto Veronica-Noemi: l’esodo dei cattolici
in Stampa, 9 giugno 2009

Marco Travaglio
Papaveri e Papi
in Unità, 9 giugno 2009

Alessandra Arachi
Di Pietro: dialogo ma nel partito spuntano i primi no
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Liana Milella
Di Pietro: ora il Pd ci tratti alla pari
in Repubblica, 9 giugno 2009

Claudia Fusani intervista Antonio Di Pietro
“A Franceschini dico: l’Idv è l’altra gamba di un unico progetto”
in Unità, 9 giugno 2009

Elsa Muschella
“Spero solo di non trovare Clemente ad accogliermi”
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Fabrizio Caccia
Il ritorno di Mastella: “A Bruxelles con quel pm”
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Giampiero Martinotti intervista Cohn-Bendit
Il miracolo di Dany “il verde” “Abbiamo vinto con l’allegria”
in Repubblica, 9 giugno 2009

Giovanni Bianconi
I procuratori e i nuovi poteri. La linea Napolitano al Csm
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Luigi Ferrarella/Giuseppe Guastella
Pm-Alfano, scontro sui computer
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Napolitano: “Riforme giustizia possibili ma senza strappi”
in Repubblica.it, 9 giugno 2009

Napolitano sferza la magistratura “No a protagonismi dannosi dei pm”
in Corriere.it, 9 giugno 2009

Intercettazioni, blindato il lodo Alfano. Il governo mette la fiducia sul decreto
in Repubblica.it, 9 giugno 2009

Intercettazioni: il governo blinda il testo
in Corriere.it, 9 giugno 2009

B.Di G.
Voli di Stato: Ghedini rivela i nomi di quattro ospiti
in Unità, 9 giugno 2009

M.Mart.
Aerei di Stato, la Procura indaga su cinque voli del premier
in Messaggero, 9 giugno 2009

Grazia Longo
Pozzi fantasma e debiti maxitruffa al petroliere
in Stampa, 9 giugno 2009

Peppino Caldarola
Torniamo a parlare di Contrada
in Riformista, 9 giugno 2009

Roberto Saviano
“La bellezza e l’inferno” Scrivere per non arrendersi
in Repubblica, 9 giugno 2009

Ezio Mauro
Il romanzo della realtà
in Repubblica, 9 giugno 2009

Domani Grillo in Parlamento
in Stampa, 9 giugno 2009

Truffa nella sanità, 9 arresti a Roma
in Repubblica-ed.Roma, 9 giugno 2009

Nel fuorionda l'autocensura del Tg5 "Mica lo diciamo che il Pdl è in calo"
in Repubblica, 9 giugno 2009

Dino Martirano
Centinaia di sentenze in ritardo: sospeso
in Corriere della sera, 9 giugno 2009

Lorenzo Baldo intervista Rita Borsellino
Rita Borsellino: lavorerò affinchè la ricerca della verità sulle stragi diventi patrimonio europeo
in Antimafiaduemila, 9 giugno 2009

Giuseppe D’Avanzo
La legge del bavaglio
in Repubblica, 10 giugno 2009

Vittorio Grevi
Il rischio di indagini meno efficaci
in Corriere della sera, 10 giugno 2009

Armando Spataro
Intercettazioni: un disegno di legge da dis-approvare
in Riformista, 10 giugno 2009

Carlo Federico Grosso
Giusto guardare in casa propria
in Stampa, 10 giugno 2009

Gian Antonio Stella
I voti smarriti dal centrodestra tra i veleni del caso Sicilia
in Corriere della sera, 10 giugno 2009

Massimo Giannini
E D’Alema affila le armi
in Repubblica, 10 giugno 2009

Antonello Caporale intervista Luigi De Magistris
“Tonino non è invidiosi di me ma ora dirò la mia nel partito”
in Repubblica, 10 giugno 2009

Alessandro Calvi intervista Luigi De Magistris
Nell’Idv io punto di riferimento
in Riformista, 10 giugno 2009

Claudia Fusani intervista Luigi De Magistris
“Idv sarà il punto di riferimento per l’opposizione”
in Unità, 10 giugno 2009

Dino Martirano
Napolitano: no ai pm troppo protagonisti. Riforme, evitare strappi
in Corriere della sera, 10 giugno 2009

Giovanni Bianconi
L’appello all’”autocorrezione” contro le guerre tra procure
in Corriere della sera, 10 giugno 2009

Giorgio Battistini
Napolitano ai magistrati “Basta protagonismi”
in Repubblica, 10 giugno 2009

Paolo Passarini
Napolitano striglia i pm “Troppo protagonismo”
in Stampa, 10 giugno 2009

Paolo Colonnello intervista Niccolò Ghedini
“La magistratura accetti di stare al proprio posto”
in Stampa, 10 giugno 2009

Lanfranco Palazzolo intervista Gaetano Pecorella
“Sul Colle non c’è un altro Scalfaro”
in Tempo, 10 giugno 2009

Francesco Grignetti intervista Luigi De Magistris
Il vero pericolo? La legge stile P2 fatta dal governo
in Stampa, 10 giugno 2009

Paolo Foschi
Fiducia sulle intercettazioni. L’opposizione: è un abuso
in Corriere della sera, 10 giugno 2009

Alberto Custodero
Il governo teme i voti segreti. Fiducia sulle intercettazioni
in Repubblica, 10 giugno 2009

Liana Milella
Altolà di Maroni al Guardasigilli “Garanzie sulle indagini antimafia”
in Repubblica, 10 giugno 2009

Fra.Gri.
Fiducia sulle intercettazioni, è scontro
in Stampa, 10 giugno 2009

Dino Martirano intervista Giulia Bongiorno
Bongiorno mediatrice: miglior testo possibile. C’è un anno di lavoro
in Corriere della sera, 10 giugno 2009

Carmine Fotia intervista Leoluca Orlando
“Una nuova alleanza anti-Berlusconismo”
in Manifesto, 10 giugno 2009

Guido Ruotolo
Sulla rotta dei trafficanti di clandestini
in Stampa, 10 giugno 2009

Elisabetta Rosaspina
Cognac dell’Eta per uccidere il giudice Garzòn
in Corriere della sera, 10 giugno 2009

Laura Serafini
In gioco infrastrutture da oltre 9 miliardi
in Sole24ore, 10 giugno 2009

Simona Ravizza
Sanità, la Lombardia blocca gli ispettori
in Corriere della sera, 10 giugno 2009

Paolo Silvestrelli
Tescaroli indaga sull’omicidio di Calvi e le trame segrete
in Italia Oggi, 10 giugno 2009

Gianluigi Nuzzi
Ecco tutta la verità del figlio di Don Vito Ciancimino
in Italia Oggi,10 giugno 2009

Valerio Venturi intervista Gianluigi Nuzzi
Vaticano spa come truffare in nome di Dio
in Liberazione, 10 giugno 2009

No della Camera a Pd e Di Pietro
in Stampa, 10 giugno 2009

Flavia Amabile
Scuola, la riforma in mano ai giudici
in Stampa, 10 giugno 2009

Andrea Tarquini
Sta nascendo qui a Budapest il nuovo fascismo europeo
in Repubblica, 10 giugno 2009

Ciao Enrico (speciale Berlinguer)
in Unità, 11 giugno 2009

Franco La Torre
In memoria di Enrico Berlinguer, a 25 anni dalla sua scomparsa
in Articolo21, 10 giugno 2009

l.mi.
Intercettazioni, passa la fiducia. Dall’opposizione protesta al Colle
in Repubblica, 11 giugno 2009

Dino Martirano
Sì alla fiducia sulle intercettazioni
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Fulvio Milone
“Intercettazioni così muore la giustizia”
in Stampa, 11 giugno 2009

Donatella Stasio
Sì alla fiducia sulle intercettazioni
in Sole24ore, 11 giugno 2009

D.St.
Stretta anche su riprese video e tabulati
in Sole24ore, 11 giugno 2009

Marzio Breda
Il Colle e le perplessità, dalla scorciatoia legislativa allo scontro tra poteri
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Liana Milella intervista Armando Spataro
“Sarà impossibile salvare vite umane e tanti omicidi resteranno irrisolti”
in Repubblica, 11 giugno 2009

“Si indebolisce l’informazione”
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Giuseppe D’Avanzo
Quello che sui giornali non leggerete più
in Repubblica, 11 giugno 2009

Giuseppe Di Lello
La mafia ringrazia
in Manifesto, 11 giugno 2009

Stefano Milani
Il governo arresta le indagini
in Manifesto, 11 giugno 2009

Alessandro Braga
Giornalisti e editori sul piede di guerra pronti a scioperare
in Manifesto, 11 giugno 2009

Claudia Fusani
L’opposizione si rivolge al Colle: troppi strappi alla Costituzione
in Unità, 11 giugno 2009

D.Mar.
“Il reato di clandestinità paralizzerà la giustizia”
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

eu.b.
Csm boccia il reato di clandestinità: bloccherà gli uffici
in Sole24ore, 11 giugno 2009

Vladimiro Polchi
"Il reato di clandestinità paralizzerà la giustizia"
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Giovanni Bianconi
Con la nuova legge addio all’operazione lodata da Maroni
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Carmelo Lopapa/Liana Milella
Intercettazioni. L’Anm: “Così muore la giustizia”
in Repubblica, 11 giugno 2009

Francesco Grignetti
La strigliata di Napolitano spiazza i pm
in Stampa, 11 giugno 2009
Marco Travaglio
Più protagonisti? Magari
in Unità, 11 giugno 2009

"Pm protagonisti Napolitano faccia i nomi"
in Repubblica, 11 giugno 2009

Vittorio Zincone intervista Pietro Grasso
Faccio antimafia non sociologia
in Corriere della sera/Magazine, 11 giugno 2009

Giovanni Bianconi
Indagati 4 parlamentari per il tesori di Ciancimino
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Tesoro di Ciancimino, indagati quattro parlamentari siciliani
in Repubblica-ed.Palermo, 11 giugno 2009

Vizzini: “Sono sereno ma mi dimetto”
in Corriere.it, 11 giugno 2009

Felice Manti
Vulpio: “Di Pietro, che fretta c’era di farmi fuori?”
in Giornale, 11 giugno 2009

D.M.
L’Idv s’interroga sulla scorta alla Forleo
in Corriere della sera/Magazine, 11 giugno 2009

Emilio Gioventù intervista Luigi De Magistris
Idv, così parla un leader
in Italia Oggi, 11 giugno 2009

La volpe del deserto e le libertà negate
in Sole24ore, 11 giugno 2009

M.Antonietta Calabrò
Gheddafi a Roma: siamo amici. Ma il Senato gli nega l’aula
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Maurizio Caprara
Il lungo show del Colonnello “Il terrorismo ha le sue ragioni”
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Claudio Tito
I pasticci del cerimoniale e la minaccia “Se non mi accoglie Silvio torno a casa”
in Repubblica, 11 giugno 2009

Giovanna Casadio
Le opposizioni contro “il dittatore”. Ma sul Colonnello si spacca il Pd
in Repubblica, 11 giugno 2009

Giampaolo Cadalamu intervista Angelo Del Boca
Quella foto sulla divisa che esce dal passato
in Repubblica, 11 giugno 2009

Tommaso Di Francesco intervista Angelo Del Boca
“Benvenuto a lui. E agli immigrati”
in Manifesto, 11 giugno 2009

Emanuele Novazio
Petrolio, energia e gas nel dossier. E spunta la Roma
in Stampa, 11 giugno 2009

Francesca Del Rosso intervista il senatore Perduca (Radicale)
“Inaccettabile sdoganamento di un dittatore” (AUDIO)
in corrieretv, 11 giugno 2009

Daria Bonfietti
Ustica e l’incontro con Gheddafi
in Articolo21, 9 giugno 2009

Giancarlo Radice
Murdoch e il Cavaliere: “Mai fatto complotti”
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Alberto Mattone
“Mai istigato i miei giornali contro Berlusconi”
in Repubblica, 11 giugno 2009

Veronica Berlusconi
Infangate la mia dignità e la mia storia coniugale – Lettera
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Guido Ruotolo
“Villa Certosa è indifendibile”
in Stampa, 11 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
“Villa Certosa come un bunker” Gli 007 davanti al Copasir
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Conchita Sannino
Dimenticato da 12 anni il processo al padre di Noemi
in Repubblica, 11 giugno 2009

Biagio Marsiglia/Fiorenza Sarzanini
Cinque arresti prima del G8: c’è il figlio di un ex br
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Guido Ruotolo
G8, arrestato il figlio di un capo Br
in Stampa, 11 giugno 2009

Mladic indisturbato a Belgrado: tv bosniaca “pesca” il super-latitante
in Corriere.it, 11 giugno 2009

Alberto Spampinato
Uccisero mio fratello. Non posso dimenticare
in Stampa, 11 giugno 2009

Marco Alfieri intervista Roberto Saviano
La bellezza di Roberto ragazzo contro l’inferno
in Sole24ore, 11 giugno 2009

Fulvio Bufi
Soldati contro il clan del califfo il boss del pizzo con 27 figli
in Corriere della sera, 11 giugno 2009

Stefano Rodotà
Il cittadino mortificato
in Repubblica, 12 giugno 2009

Marco Travaglio
Gasparri e il valzer degli inquisiti
in Unità, 12 giugno 2009

Dino Martirano
Intercettazioni, sì tra urla e striscioni
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Donatella Stasio
Intercettazioni ok, scontro in aula
in Sole24ore, 12 giugno 2009

Marzio Breda
Napolitano: “Prenderò la decisione che mi compete”
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Carmelo Lopapa
Intercettazioni, sì alla legge. Napolitano: esaminerò il testo
in Repubblica, 12 giugno 2009

Maria Grazia Bruzzone
Napolitano: valuterò il decreto intercettazioni
in Stampa, 12 giugno 2009

Frida Nacinovich
Intercettazioni, voto segreto Berlusconi stravince
in Liberazione, 12 giugno 2009

D.Mart.
Pd e franchi tiratori. Carra. Un errore la votazione segreta
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Lavinia Di Gianvito
Abbiamo arrestato ottanta pedofili ora sarà impossibile
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Alberto Gaino intervista Maria Cordova
Il Ddl Alfano ferma la metà dei processi
in Stampa, 12 giugno 2009

Francesco Grignetti
Ascolto consentito per 60 giorni al massimo
in Stampa, 12 giugno 2009

Luigi Ferrarella
Eccessi e pericoli
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Giuseppe Cascini
“Costi troppo alti? Copiare i tedeschi per azzerarli”
in Repubblica, 12 giugno 2009

Roberto Natale
Il bluff della privacy
in Manifesto, 12 giugno 2009

Raffaele Cantone
Tornare indietro sulla criminalità
in Mattino, 12 giugno 2009

Enrico Pugliese
Per i ricchi la privacy, poveri in galera
in Liberazione, 12 giugno 2009

Stefano Milani
Silenzio, non si indaga
in Manifesto, 12 giugno 2009

Claudia Fusani
Bavaglio alle intercettazioni dall’opposizione venti voti
in Unità, 12 giugno 2009

Carlo Lucarelli
Come si diventa complici
in Unità, 12 giugno 2009

Caterina Malavenda
La sanzione porta l’editore al controllo preventivo
in Sole24ore, 12 giugno 2009

R.I.
Csm, lasciano in tre “Alfano ci delegittima”
in Stampa, 12 giugno 2009

D.Mart.
Tre dimissioni al Csm per l’accusa di Alfano
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Giovanni Negri
Si dimettono tre consiglieri del Csm
in Sole24ore, 12 giugno 2009

Csm: si sospende un altro consigliere
in Corriere.it, 12 giugno 2009

Massimo Solani
Alfano insulta il Csm, tre membri lasciano gli incarichi
in Unità, 12 giugno 2009

Alberto Gaino intervista Giancarlo Caselli
“Il Ddl Alfano ferma la metà dei processi”
in Stampa, 12 giugno 2009

Micromega intervista Giancarlo Caselli
Una catastrofe per la giustizia (AUDIO)
in Micromega.net, 12 giugno 2009

Micromega intervista Gianni Barbacetto
Obiezione di coscienza contro il bavaglio (AUDIO)
in Micromega.net, 12 giugno 2009

Roberto Scarpinato
Il Paese messo a tacere
in Micromega.net, 11 giugno 2009

Giuseppe Giulietti
Così si realizza il sultanato. Occorre una grande reazione di tutti i democratici
in Micromega.net, 12 giugno 2009

Giuseppe Giulietti
Il bavaglio colpisce anche la rete
in Micromega.net, 12 giugno 2009

Il fronte editori-giornalisti “privacy sì, silenzio no”
in Repubblica, 12 giugno 2009

Ezio Mauro
L’appello di Repubblica (VIDEO)
in Repubblicatv, 12 giugno 2009


Intercettazioni, oltre 100mila firme per l’appello di Repubblica
in Repubblicatv, 12 giugno 2009

Federico Orlando
E’ in gioco la stessa sicurezza dei cittadini
in Europa, 12 giugno 2009

Paolo Berizzi/Carlo Bonini
Il fotografo di Villa Certosa: ho 5mila scatti su Berlusconi
in Repubblica, 12 giugno 2009

Giuseppe D’Avanzo
Il nuovo registro di una crisi
in Repubblica, 12 giugno 2009

Liana Milella
Tangenti, “furbetti” e Calciopoli le verità che non avremmo saputo
in Repubblica, 12 giugno 2009

Paola Di Caro
“Noemi e Mills sposi”, ironia del premier
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Marco Damilano
L’Italia di B&B
in Espresso, 12 giugno 2009

Maurizio Molinari
Ora Obama vuole capire Berlusconi
in Stampa, 12 giugno 2009

Marco Travaglio
Muammar Al Tappon
in Unità, 12 giugno 2009

Furio Colombo
Gheddafi e la follia del governo italiano
in Micromega.net, 11 giugno 2009

Antonio Carlucci intervista Antonio Di Pietro
Tonino il maratoneta
in Espresso, 12 giugno 2009

Curzio Maltese
Qualche domanda chiave per il futuro della sinistra
in Repubblica/Venerdì, 12 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
Nuove Br, trovate le armi “Agiremo fino alla morte”
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Alberto Custodero
Retata anti-terroristi, 5 arresti “volevano ricostruire le Br”
in Repubblica, 12 giugno 2009

A.Cus.
“Useremo modellini telecomandati dobbiamo fare qualcosa di grosso”
in Repubblica, 12 giugno 2009

Biagio Marsiglia
Così papà scelse a Milano la lotta armata
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Gemma Contin
Stato forte con i terroristi ma debole con la mafia. Perché?
in Liberazione, 12 giugno 2009

Alfio Sciacca
Vizzini sotto inchiesta lascia l’Antimafia
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Felice Cavallaro intervista Massimo Ciancimino
“Prendono i soldi e scappano, come mio padre”
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Alfredo Marsala
Parla Ciancimino, nei guai quattro parlamentari
in Manifesto, 12 giugno 2009

Domenico Walter Rizzo
Il tesoro di Don Vito mette nei guai l’Udc siciliana
in Unità, 12 giugno 2009

Giovanni Bianconi
La pista del denaro e l’appunto a mano
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Alessandra Ziniti
“Così Ciancimino pagava i politici” un pizzino dietro gli avvisi di garanzia
in Repubblica-ed.Palermo, 12 giugno 2009

Silvia Cordella
Vizzini, Cintola, Romano e Cuffaro. Per loro le ricche ricompense della “Gas” di Vito Ciancimino
in Antimafiaduemila, 11 giugno 2009

Dopo frasi Ciancimino ipotesi indagini a Caltanissetta
in Ansa, 12 giugno 2009

Anna Petrozzi
Calvi, Ciancimino e lo Ior
in Antimafiaduemila, 12 giugno 2009

S.A.M.
I voli di Silvio verso l’archiviazione
in Manifesto, 12 giugno 2009

Il Copasir convoca Gianni Letta e il generale Piccirillo
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

R.I.
Gianni Letta sarà ascoltato dal Copasir su Villa Certosa
in Stampa, 12 giugno 2009

Gian Antonio Stella
Il popolo, le sedie e la democrazia
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Mara Gergolet
Le feste del latitante Mladic, superlatitante a “piede libero”
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Mara Gergolet
Lo sberleffo di Mladic tennista a un’Europa troppo lontana
in Corriere della sera, 12 giugno 2009

Antonio Padellaro
La rivincita di Annozero
in Iogiocopulito, 12 giugno 2009

Gian Antonio Stella
La “lectio” antielezioni del colonnello
in Corriere della sera, 13 giugno 2009

Lorenzo Salvia
D’Alema e Pisanu vanno a trovarlo in tenda: “Si è scusato”
in Corriere della sera, 13 giugno 2009

Goffredo De Marchis
Il giallo del colonnello sparito: “E’ malato”. “No, sta pregando”
in Repubblica, 13 giugno 2009

Gerardo Pelosi
Libia zona franca per l’Italia – Gheddafi: prima le imprese italiane
in Sole24ore, 13 giugno 2009

Laura Serafini
Eni, Enel e Atlantia aprono al fondo di Tripoli
in Sole24ore, 13 giugno 2009

Liana Milella
Intercettazioni, i dubbi del Quirinale
in Repubblica, 13 giugno 2009

Dino Martirano
Alfano sulle intercettazioni: il Colle? Giuste prerogative
in Corriere della sera, 13 giugno 2009

Paolo Passarini
Intercettazioni, Napolitano chiede modifiche al testo
in Stampa, 13 giugno 2009

Donatella Stasio
Dal Quirinale massima attenzione
in Sole24ore, 13 giugno 2009

Marco Travaglio
Partito Delinquenti Liberi
in Unità, 13 giugno 2009

Gianni Barbacetto
Lo stop alle intercettazioni è la vendetta dei politici corrotti (VIDEO)
in Exit, 12 marzo 2009

Fra.Gri. intervista Luca Palamara
“Vogliono trasformarci in impiegati e burocrati”
in Stampa, 13 giugno 2009

Raffaele Cantone
Se una legge isola i magistrati
in Unità, 13 giugno 2009

Giuliano Pisapia
Intercettazioni lotta tra poteri
in L’Altro, 13 giugno 2009

Marco Castelnuovo
Guerra ad Alfano dai consiglieri Csm
in Stampa, 13 giugno 2009

Eugenio Bruno
Csm e Alfano sempre più lontani
in Sole24ore, 13 giugno 2009

Anna Masera
Obbligo di rettifica, la rabbia sul web: “E’ censura”
in lastampa.it, 12 giugno 2009

Paolo Berizzi
Ghedini ai pm: “Bloccate le 5mila foto di Berlusconi”
in Repubblica, 13 giugno 2009

Marco Travaglio
Quando le domande le faceva la Lega
in Espresso, 12 giugno 2009

Alla tv Usa si ride di Berlusconi “Dobbiamo scusarci con Clinton”
in Repubblica.it, 12 giugno 2009

Gianni Barbacetto
Oil for food, la condanna. Formigoni, per favore, rispondi…
in Societacivile, 12 giugno 2009

Federico Orlando
Conoscete Spampinato?
in Europa, 13 giugno 2009

Guido Ruotolo
In manette l’ultimo padrino
in Stampa, 13 giugno 2009

Claudio Tito
Caffè con Obama, niente pranzo. Il premier ora teme il declassamento
in Repubblica, 13 giugno 2009

Antonio Scurati
L’utile non serve a niente
in Stampa, 13 giugno 2009

Riciclaggio, perquisita sede di Arner Bank. Tre indagati, c’è anche l’amministratore
in Repubblica-ed.Mlano, 12 giugno 2009

Carlo Vulpio
Il virus benefico della libertà è la nostra “smodata” ambizione
in Carlovulpio.it, 11 giugno 2009

Massimo Mucchetti
Italiani plagiati dalla televisione
in Corriere della sera, 13 giugno 2009

Giovanni Valentini
Quando il voto viene dopo il Tiggì
in Repubblica, 13 giugno 2009

Eugenio Scalfari
Il successo della destra e la sconfitta del suo capo
in Repubblica, 14 giugno 2009

Barbara Spinelli
Se Marx seduce la destra
in Stampa, 14 giugno 2009

Ezio Mauro
Il Cavaliere e il suo fantasma
in Repubblica, 14 giugno 2009

Giuseppe D’Avanzo
Quelle 4 “calunnie” sono 4 bugie del premier
in Repubblica, 14 giugno 2009

Umberto De Giovannangeli
Sotto esame in America. Ricevuto solo per un caffè
in Unità, 14 giugno 2009

Gianluca Luzi
Berlusconi attacca i media “Piano eversivo contro di me”
in Repubblica, 14 giugno 2009

Roberto Mania
Ma la Marcegaglia si smarca “Investiamo dove vogliamo altro che selezionare i giornali”
in Repubblica, 14 giugno 2009

Claudio Tito
Berlusconi e il fantasma di Draghi “Ma non riusciranno a farmi fuori”
in Repubblica, 14 giugno 2009

Ferruccio Sansa
“Un piano eversivo per attaccare me”
in Stampa, 14 giugno 2009

Marzio Breda
Il Colle sui media: la loro libertà è fondamentale
in Corriere della sera, 14 giugno 2009

Donatella Stasio
Gli italiani dicono sì alle intercettazioni ma con la privacy-Ascolti da tutelare, non da pubblicare
in Sole24ore, 14 giugno 2009

Marco Travaglio/Antonio Padellaro
Notte bianca “No Bavaglio”
in Voglioscendere, 13 giugno 2009

Dino Martirano
Cresce fra le toghe la protesta anti Alfano: lottizzati? Mai
in Corriere della sera, 14 giugno 2009

Emanuele Novazio
“Gheddafi è un cliente originale”
in Stampa, 14 giugno 2009

Biagio Marsiglia
Nuove Br, condanne fino a 15 anni
in Corriere della sera, 14 giugno 2009

Andrea Senesi
Aquila e basco, nascono le “ronde nere”
in Corriere della sera, 14 giugno 2009

Milano, arrivano le ronde nere con i simboli dell’estrema destra
in Repubblica-ed.Milano, 13 giugno 2009

Marco Imarisio
Saya e l’incubo sicurezza. Dossier falsi in salsa SS da commedia all’italiana
in Corriere della sera, 14 giugno 2009

Simona Bolognesi intervista Maurizio Monti
Ecco le ronde nere (AUDIO)
in Repubblicatv, 13 giugno 2009

Franco Vanni
Le ronde nere con la divisa che evoca il nazifascismo
in Repubblica, 14 giugno 2009

Caterina Pasolini intervista Massimo Salvadori
“Troppi richiami al fascismo sono un messaggio inquietante”
in Repubblica, 14 giugno 2009

Furio Colombo
Il Pd e lo specchio della Lega
in Unità, 14 giugno 2009

Mafia, scarcerato Badalamenti jr
in repubblica.it, 13 giugno 2009

Alessandra Ziniti
Ciancimino, qualcuno ha coperto i politici
in Repubblica-ed.Palermo, 13 giugno 2009

Stefano Corradino
“Caro Barack, ti ricordiamo 10 cose su Silvio”. Più di 3000 scrivono a Obama
in Articolo21, 13 giugno 2009

Massimo Giannini
Il premier e i consigli per gli acquisti
in Repubblica, 15 giugno 2009

Claudio Tito
Il premier e l’affondo sul complotto: “Attenti che riporto l’Italia al voto”
in Repubblica, 15 giugno 2009

Paola Di Caro
Maggioranza con il premier: noi compatti, le trame falliranno
in Corriere della sera, 15 giugno 2009

Fabio Martini
Il complotto e i soliti sospetti
in Stampa, 15 giugno 2009

Giulietti: “Minacce di un presidente-editore. L’Antitrust dovrebbe battere un colpo
in Repubblica, 15 giugno 2009

Gianluca Luzi
Berlusconi vola da Obama continua la crociata anti-giornali
in Repubblica, 15 giugno 2009

Enrico Fierro
Bossi e Noemi: il tramonto del premier spaventa il Pdl
in Unità, 15 giugno 2009

Ilvo Diamanti
Idv-Pd, l’opposizione senza speranza
in Repubblica, 15 giugno 2009

Carmelo Lopapa
Berlusconi attacca, D’Alema risponde: “Scosse nel governo”
in Repubblica, 15 giugno 2009

Fabrizio Roncone intervista Lucia Annunziata
La Annunziata: il sospetto è che arrivi una crisi ampia. Forse con un altro scandalo
in Corriere della sera, 15 giugno 2009

Lucia Annunziata intervista Massimo D'Alema (VIDEO)
in Raitv-In 1/2 h, 14 giugno 2009

Maria Zegarelli
Il governo delle ombre-D’Alema: “Potrebbero esserci scosse improvvise nel Paese”
in Unità, 15 giugno 2009

Maria Grazia Bruzzone
"Ci saranno altre scosse"
in Stampa, 15 giugno 2009

Luca Ricolfi
La legge che piace alla casta
in Stampa, 15 giugno 2009

Giovanni Sartori
Il pozzo senza fondo
in Corriere della sera, 15 giugno 2009

Adriano Prosperi
Il fantasma necessario del "disfattismo"
in Repubblica, 15 giugno 2009

Andrea Senesi
Milano, inchiesta sulle "ronde nere"
in Corriere della sera, 15 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
Niente divise o simboli politici. Il Viminale detta le regole
in Corriere della sera, 15 giugno 2009

Walter Galbiati
Ronde nere è polemica ora indagano le Procure
in Repubblica, 15 giugno 2009

Alessia Gallione
Ma il ministro Maroni rilancia “Noi avremo i nostri vigilantes”
in Repubblica, 15 giugno 2009

Livio Pepino
Pacchetto sicurezza. L’allarme del Csm: rischi senza controllo
in Unità, 15 giugno 2009

Franco Vanni intervista Maurizio Correnti
“Stemmi fascisti? Non lo sapevo. Metterò il tricolore”
in Repubblica, 15 giugno 2009

Massimo Solani
La procura indaga sulle ronde nere. Guardia nazionale: andiamo avanti
in Unità, 15 giugno 2009

L’Msi di Gaetano Saya presenta la “Guardia nazionale Italiana” (VIDEO)
in peacereporter, 13 giugno 2009

Ronde nere, gli Amici di Israele: “Riattiveremo la Brigata ebraica”
in Corriere.it, 15 giugno 2009

Marcello D’Orta
Quelle strane ronde di Napoli arruolati gli esperti: i detenuti
in Giornale, 15 giugno 2009

Gasparri: a Napoli ci sono quelle di ex detenuti
in Stampa, 15 giugno 2009

Gianni Trovati
Più poteri alla polizia locale
in Sole24ore, 15 giugno 2009

Carlo Giorgi
Triplicati gli immigrati dall’Asia
in Sole24ore, 15 giugno 2009

Elena Lisa
Dopo il saluto romano l’ira dei partigiani contro la Brambilla
in Stampa, 15 giugno 2009

Claudia Fusani
Bertolaso indagato l’inchiesta verso Roma
in Unità, 15 giugno 2009

C.Fus.
"Eh, sognati che facciamo il rinvio per il sottosegretario"
in Unità, 15 giugno 2009

I magistrati calabresi con il Csm
in Corriere della sera, 15 giugno 2009

l.pl. intervista Micaela Soriente
“Noi, vpo pagati a udienza e ci compriamo pure la toga”
in Repubblica-ed.Torino, 15 giugno 2009

Antonello Cherchi
Lunga vita agli enti inutili: spunta un’altra proroga
in Sole24ore, 15 giugno 2009

Giuseppe Caporale
Sisma, domani protesta degli sfollati a Roma “Proibito il volantinaggio nelle tendopoli”
in Repubblica, 15 giugno 2009

La camorra? Ha vinto al superenalotto
in Articolo21, 14 giugno 2009

El Mundo intervista José Saramago
“La corruzione non importa a nessuno”
in Micromega.net, 16 giugno 2009

Franco Bechis
Berlusconi, l’auto-golpe
in Italia Oggi, 16 giugno 2009

Francesco Bei
I timori del premier blindato in hotel
in Repubblica, 16 giugno 2009

Lorenzo Fuccaro
“Scosse” sul premier il Pdl accusa D’Alema. Gelo del leader Pd
in Corriere della sera, 16 giugno 2009

Guido Ruotolo
Le scosse di D’Alema allarmano il Viminale
in Stampa, 16 giugno 2009

Marco Travaglio
Senti chi straparla
in Unità, 16 giugno 2009

Fiorenza Sarzanini
No al sequestro delle altre foto. Voli di Stato, la procura frena
in Corriere della sera, 16 giugno 2009

Marino Bisso
Foto a Villa Certosa, no al sequestro bis e sui voli di Stato ipotesi archiviazione
in Repubblica, 16 giugno 2009

Carlo Bonini
Zappadu: mai violata la privacy del Cavaliere è il suo entourage che tentò di incastrarmi
in Repubblica, 16 giugno 2009

Piero Colaprico
Tra diritti tv e società offshore per il premier l’ossessione Mills
in Repubblica, 16 giugno 2009

Cesare Buquicchio
Tutti i misteri insoluti del Noemigate? Li spiega “Lost in Berlusconi” (VIDEO)
in video.unita, 16 giugno 2009

Flavio Haver
Nomine lottizzate, interviene il Colle
in Corriere della sera, 16 giugno 2009

Giuseppe Vittori
Consiglieri Csm-Alfano: interviene Napolitano
in Unità, 16 giugno 2009

Bossoli e minacce ad Alfano e allo staff
in Repubblica, 16 giugno 2009

Massimo Numa
Le ronde nere si tingono di blu
in Stampa, 16 giugno 2009

Emanuele Fiano
Le Ronde nere e la democrazia a rischio
in Articolo21, 15 giugno 2009

Claudio Tito
Berlusconi a Obama noi e gli Usa sempre alleati
in Repubblica, 16 giugno 2009

Vittorio Zucconi
La diplomazia del caffè
in Repubblica, 16 giugno 2009

Nicola Corda intervista Furio Colombo
"Obama sa di dover affrontare un alleato strano e bizzarro"
in AGL Gruppo Espresso Quotidiani

Gian Enrico Rusconi
Berlusconi spiegato agli stranieri
in Stampa. 16 giugno 2009

Carlo Bastasin
Sinistra europea spiazzata dal sociale
in Sole24ore, 16 giugno 2009

Giuseppe Caporale
In piazza la rabbia degli sfollati
in Repubblica, 16 giugno 2009

Claudia Fusani/Massimo Solani
Pugno di ferro, così si vive nel “principato delle macerie”
in Unità, 16 giugno 2009

Massimo Solani
Dai volantini ai caffè la strategia del "vietato"
in Unità, 16 giugno 2009

Paolo Conti
La Rai rigetta l’offerta Sky ma Masi apre alla trattativa
in Corriere della sera, 16 giugno 2009

Carmelo Lopapa
E Berlusconi premia le sue tv boom di pubblicità istituzionale
in Repubblica, 16 giugno 2009

Alfio Sciacca
Gli scout minacciati dal boss "non fermerà la nostra base"
in Corriere della sera, 16 giugno 2009

Attilio Bolzoni
Quando il pizzo strangola Palermo
in Repubblica, 16 giugno 2009

Luca De Vito/Andrea Montanari
Milano, proteste contro la Gelmini e il ministro abbandona la sala
in Repubblica, 16 giugno 2009

Annachiara Sacchi
La Gelmini contestata, salta l'incontro sul libro
in Corriere della sera, 16 giugno 2009

G.Lon. intervista Raffaele Guariniello
Processi infiniti dietro le stragi
in Stampa, 16 giugno 2009

Salvo Palazzolo
Blitz antimafia fra Trapani e Roma 13 arresti legati al boss Denaro
in Repubblica-ed.Palermo, 16 giugno 2009

Salvo Palazzolo
Il boss, lo scrivano e le veline
in Repubblica-ed.Palermo, 16 giugno 2009

Giuseppe Crimaldi
Il pm: condannate Romeo a dieci anni di carcere
in Messaggero, 16 giugno 2009

Walter Galbiati/Emilio Randacio
Inchiesta politici-Antonveneta stretta su Brancher e Calderoli
in Repubblica, 16 giugno 2009

Giancarlo De Cataldo
Parlar male dei giudici
in Unità, 16 giugno 2009

Liana Milella intervista Antonio Di Pietro
L’Idv non è solo opposizione pronti all’alternativa di governo
in Repubblica, 16 giugno 2009

Marco Travaglio
Ancora sulla censura della Bignardi a Vauro e a Beatrice Borromeo
in Voglioscendere, 16 giugno 2009

StreetWar (Ostia 13-06-09) Premio per la poesia a Licio Gelli (VIDEO)
in Youtube, 13 giugno 2009

Nino Luca intervista Giancarlo Caselli
"Ecco perchè la mafia non è stata sconfitta" (VIDEO)
in Corrieretv, 16 giugno 2009

Nicola Corda intervista Furio Colombo
"Obama sa di dover affrontare un alleato strano e bizzarro"
in AGL Gruppo Espresso Quotidiani

Massimo Solani
Dai volantini ai caffè la strategia del "vietato"
in Unità, 16 giugno 2009



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domenica 31 maggio 2009

Chi lega le mani ai pm condiziona la giustizia




di Adriano Sansa
(Presidente del Tribunale per i Minorenni di Genova)




da Famiglia Cristiana del 31 maggio 2009



Parlare d’altro, per incompetenza o disonestà.

Eludere le questioni vere.

Svuotare le istituzioni del loro prestigio.

Deprezzare, se non disprezzare, la legge.

Così facciamo. La giustizia è lenta. Le imprese protestano per la difficoltà di avere in tempo – prima di fallire! – il pagamento dei crediti. I cittadini assistono sconcertati alla prescrizione dei reati, più facile per gli imputati facoltosi grazie ad abili avvocati, ai cavilli e ai differimenti che codici confusi e rattoppati permettono.

Gli immigrati, invece di trovare un Paese di chiara civiltà che li accolga e insieme li spinga all’osservanza della legge, si imbattono in un sistema talvolta crudele e però sfibrato.

I giudici stessi vivono impotenti il declino del processo civile e penale verso quei livelli per i quali l’Europa ci condanna a risarcire le vittime della lentezza.

Nell’avvilimento del mondo giudiziario sfumano talora ideali, si rafforzano tendenze clientelari di “correnti”, il Consiglio superiore si rifugia in produzioni cartacee soffocanti.

Ma nessuno interviene a cambiare e semplificare le regole, a ridare prestigio a uno dei cardini della democrazia.

Non solo: si prepara una norma che toglie al Pubblico Ministero la possibilità di iniziare l’inchiesta con proprio impulso, senza un rapporto della polizia giudiziaria; notizie di stampa preziose, vittime intimidite che non osano denunciare saranno ignorate.

I Governi potranno “filtrare” gli elementi da fornire alla giustizia, condizionarne l’azione tramite il controllo della polizia.

Non se ne parla.

Nella mia esperienza ho visto difendere beni artistici e paesaggistici dalla speculazione, intervenire sull’inquinamento, indagare la corruzione per iniziativa d’ufficio.

E invece qualcuno propone giudici eletti, per giunta nativi della regione – dov’è il senso della Repubblica una e indivisibile? – in un Paese e in un momento in cui la politica invade più che mai gli spazi con la sua aspra divisione.

Massima contraddizione. Berlusconi – mancato imputato per effetto del “lodo” da lui stesso voluto – accusa di faziosità politica i giudici di Milano: hanno condannato l’avvocato inglese che dapprima, in Inghilterra, ha confessato d’esser stato compensato per avergli risparmiato grane giudiziarie con la propria reticenza.

Ma mentre si accusano i giudici di essere parziali e politicizzati, si propone la loro elezione, cioè il loro inserimento nel circuito politico-partitico: con la perdita, allora sì, di ogni indipendenza.

Qualcuno osserva che in altri Paesi la cosa funziona, come negli Stati Uniti.

Al di là dei difetti di quel sistema, del quale il nostro è comunque di gran lunga migliore per le garanzie dei cittadini e dell’uguaglianza, va detto che ogni Paese ha sue tradizioni e atmosfere.

Il rapporto tra politica e giustizia da noi è attualmente pessimo.

La tendenza a fare propria l’istituzione giudiziaria è alta.

La recente polemica tra il presidente della Camera Fini e Berlusconi sul ruolo del Parlamento mostra che l’esecutivo già deborda, schiacciando gli altri poteri.

E più potrebbe farlo, se controllasse l’elezione dei giudici.

Una prova: mai Clinton, indagato, avrebbe osato toni simili all’invettiva berlusconiana.

Le magistrature elettive americane sono rispettate anche dalla politica cui sono legate.

Da noi, già ora i giudici vengono presi a calci.

Quelli vivi, talvolta nei fatti anche quelli assassinati per la legalità.

Figuriamoci dopo, se fossero scelti con elezioni dominate da questi politici.


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La partita pericolosa che si gioca sulle toghe





di Luigi Ferrarella
(Giornalista)





dal Corriere della Sera del 31 maggio 2009


Nel 2007 la Cassazione ha stabilito che Silvio Berlusconi poteva non sapere o non aver comunque direttamente a che fare con i 434mila dollari della sua Fininvest bonificati dal conto del suo avvocato storico direttamente al conto estero di un giudice.

E sempre la Cassazione nel 2001 aveva stabilito che, benché il capo dei servizi fiscali della Fininvest avesse ammesso di aver pagato tre tangenti alla Guardia di Finanza, Berlusconi poteva esserne ignaro: per il premier queste sentenze valgono, visto che rimarca di essere sempre uscito senza condanne definitive dai processi intentatigli.

Nel 2008 la Cassazione ha stabilito che era priva di fondamento la pretesa del premier di ricusare uno dei suoi giudici nel processo Mills, e cioè la presidente Nicoletta Gandus tacciata d’essere prevenuta nei suoi confronti: per Berlusconi questa sentenza non vale, di continuo il premier rimette in discussione il risultato della «partita» già risolta dalla Suprema Corte, continua a dire «è come se Mourinho avesse arbitrato Inter-Milan» nonostante la Cassazione abbia appunto già ribadito che a far giocare accusa e difesa sul caso Mills non è stata Mouriinho-Gandus ma una corretta terna arbitrale guidata da Collina-Gandus.

Perché i giudici erano tre, non una.

Non solo Gandus, qualificata «nemica» e «estremista di sinistra» per aver anni fa, pubblicamente e insieme a decine di altri giuristi, criticato alcune leggi sia del governo Berlusconi che del governo Prodi.

Ma anche Loretta Dorigo e Luigi Caccialanza, il magistrato che nella motivazione si capisce che ha redatto la parte cruciale della sentenza, cioè l’analisi contabile che esclude la riferibilità al solo cliente Attanasio dei soldi finiti all’avvocato Mills e addita invece la commistione con almeno una parte dei soldi Fininvest provenienti dal cosiddetto «dividendo Horizon»: e Caccialanza, nella cerchia degli avvocati milanesi, è notoriamente non solo un magistrato molto preparato e stimato, ma anche super-cattolico, estraneo alla politica togata, e certo non classificabile in schemi ideologici analoghi a quelli appiccicati a Gandus.

Che farà di questo passo Berlusconi e chi come lui usa questo genere di argomenti?

Plauderà al primo imputato di fede musulmana che ricuserà Gandus perché è ebrea?

O al primo ladro ateo che negherà legittimità alla sentenza del cattolico Caccialanza?

Ripugna dover scendere nella disamina delle identità culturali, politiche e persino religiose che ogni magistrato dismette quando veste la toga di giudice in udienza, ma è uno dei frutti avvelenati di questo modo di nutrire il dibattito pubblico.

Così velenoso da inquinare ormai persino il modo di ragionare di chi, per criticare Berlusconi, in questi giorni ha ritenuto di opporgli il contro-argomento per il quale Gandus sarebbe un giudice che ha dimostrato di saper essere imparziale in quanto in passato ha assolto un importante esponente dello schieramento di Berlusconi (Formigoni), e l’ha fatto proprio in un processo nel quale la sua posizione aveva un forte nesso con il patteggiamento e il pesante risarcimento accettato in precedenza dal fratello di Berlusconi (Paolo): come se l’imparzialità di un giudice non consistesse nell’assicurare eguale attenzione alle ragioni delle parti, ma si misurasse su una sorta di pareggio dei risultati, come se dipendesse da una opportunistica par conditio dei verdetti, come se solo l’assoluzione di un potente facesse maturare un bonus spendibile per condannarne un altro e viceversa.

Chiacchiere da bar sport, verrebbe da dire. Ma si farebbe un grave errore: il lunedì al bar sport, ormai, si parla della partita della domenica con maggiore competenza e superiore onestà intellettuale.

___________

(Vignetta di Bandanas)




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Il relativismo etico fa “spudorata” la politica




di Beppe Del Colle
(Giornalista)




da Famiglia Cristiana del 31 maggio 2009


Tra veline e gossip cresce a dismisura la distanza tra realtà e palazzo.

Se c’è una cosa – chiamiamola pure una coincidenza – che colpisce nell’attuale situazione italiana è l’abissale distanza che separa la politica dalla realtà.

La politica vive oggi degli effetti di una causa lontana negli anni, e che si chiama irruzione del relativismo morale nella società: cioè da quando è stato proclamato a gran voce in tutte le piazze, nelle università, nelle scuole, in Parlamento, in due referendum “storici”, il diritto di chiunque a farsi norma per sé stesso.

Da quarant’anni, più o meno, gli italiani hanno avuto conferma, attraverso leggi ad hoc o ad personam, che nella loro vita privata possono fare tutto quello che vogliono, il che hanno sempre fatto ma con qualche ritegno o, se vogliamo proprio usare un termine scomparso dal loro linguaggio, con qualche “pudore”.

Il limite massimo è stato toccato qualche tempo fa con l’introduzione del concetto di privacy assurto a dogma fino al punto che l’imminente riforma della Giustizia proibirà ai magistrati gran parte delle intercettazioni finora consentite per indagare sui reati, e vieterà ai giornalisti di parlare delle indagini e degli eventuali indagati fino all’inizio dei relativi processi in aula, sempre per rispetto della privacy.

Con il che, tanti saluti al recente passato nei casi Parmalat e “furbetti del quartierino”: nessuno saprà più niente di nessuno, soprattutto dei potenti, dei ricchi, di chi può consentirsi avvocati di grande abilità.

Se poi si è al massimo livello della politica, tutto è ancora più semplice.

Si dà mandato ai propri parlamentari di confezionare le leggi che servono; se si perdono in lungaggini procedurali per rispetto verso una antiquata e antipatica Costituzione, si programma una legge “di iniziativa popolare” per ridurne il numero, e perché no, già che ci siamo, le competenze, sicuri che il favore del popolo è tanto travolgente da risolvere la faccenda in quattro e quattr’otto.

Ci penseranno a spiegare la cosa in Tv i portavoce (ex pci, ex psi, ex radicali, ex missini, ex liberali, ex repubblicani, qualche sparuto cattolico ...).

Ogni tanto si leva una solitaria voce: «In nessun Paese democratico una simile pratica legislativa, con disprezzo del Parlamento, sarebbe nemmeno lontanamente immaginabile», sciocchezze.

Qualcun altro osserva, timidamente: «In nessun altro Paese democratico si offenderebbe un giudice che ha osato emettere una sentenza non gradita al capo e ne ha pubblicato le motivazioni in una vigilia elettorale», sciocchezze anche qui, sebbene in Italia si sia sempre in qualche vigilia elettorale, o referendaria, o di G8 che sconsiglierebbero di dare pubblicità a quelle “sciocchezze”; e sebbene sempre quella noiosa Costituzione stabilisca la separazione fra le istituzioni, dunque il Governo, il Parlamento, la Giustizia sono indipendenti l’uno dall’altro e nessuno può dire a un giudice che cosa deve fare.

Ma la coincidenza di cui parlavamo all’inizio è strepitosa.

È uscito in questi giorni un libro, La famiglia cristiana (Mondadori, 124 pagine 17,50 euro), di don Antonio Sciortino, direttore di questa nostra rivista, in cui quella «abissale distanza che separa la politica dalla realtà» è dimostrata con matematica irrefutabilità.

Mentre i politici si affannano su malconsigliate ragazzine più o meno “veline” e giudici più o meno “venduti alla sinistra”, l’antico problema della famiglia in crescente difficoltà per molteplici ragioni, anche ma non soltanto economiche, mai affrontato da tanti Governi di ogni colore, si presenta in tutta la sua traumatica consistenza.

Leggere per credere.





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sabato 30 maggio 2009

Arrestato l’ex Procuratore Aggiunto di Messina Pino Siciliano

Pochi giorni fa è stato arrestato l’ex Procuratore Aggiunto di Messina Pino Siciliano.

Siciliano è stato Procuratore Aggiunto di Messina ed esercitava adesso funzioni di Sostituto Procuratore nella stessa città.

La notizia è stata data poco e male, come già accaduto in altri casi analoghi.

Riportiamo qui la notizia come data dall’Ansa:

(ANSA) - MESSINA, 25 MAG - L’ex procuratore aggiunto di Messina Pino Siciliano è stato arrestato con l’accusa di concussione e tentata concussione. L’inchiesta si riferisce alla ristrutturazione dell’albergo Castellammare di Taormina: all’ex sostituto procuratore, titolare dell’inchiesta, viene contestato di avere condizionato alcune vicende di carattere amministrativo relative a controversie tra il Comune di Taormina e due imprese, la Impregilo e la Decisa s.r.l.. Concessi a Siciliano i domiciliari.

Dal sito di “Tempo Stretto” ulteriori particolari:

L’arresto di Siciliano: ecco le contestazioni mosse all’ex Procuratore aggiunto di Messina

Tre vicende nel mirino: la ristrutturazione dell’hotel Castellamare di Taormina, il contenzioso fra il comune jonico e la Impregilo, le Zps del Comune di Messina

All’ex Procuratore aggiunto di Messina, Pino Siciliano, il gip di Reggio Calabria, Kate Tassone contesta un caso di concussione e due tentativi di concussione. Tre vicende che il magistrato avrebbe tentato di condizionare nella sua qualità di Coordinatore del pool Pubblica amministrazione della Procura.

Ma ecco nel dettaglio i capi d’imputazione che vengono contestati a Siciliano nelle 350 pagine di ordinanza. “Con minacce, anche implicite ma ben chiare ai destinatari, di sottoporli a procedimento penale o comunque di un male ingiusto ove non si fossero piegati, nel corso della propria attività amministrativa, politica e/o professionale, di volta in volta alla soluzione più favorevole o comunque prescelta da lui o dalle persone che intendeva avvantaggiare; compiva atti diretti in modo non equivoco a costringere o comunque ad indurre diversi funzionari, politici, tecnici, degli Uffici Pubblici ed altri, a dare promettere indebitamente a lui o a terzi soggetti a lui vicini utilità”.

Ed ecco in dettaglio le accuse.
La prima vicenda riguarda la ristrutturazione dell’hotel Castellamare di Taormina.

“Tra l’aprile ed il luglio 2008 – dopo aver strumentalmente iscritto il procedimento n. 2041/07 R.G. Atti per intervenire ed influire sul processo amministrativo pendente al T.A.R. Catania tra la s.r.l. Decisa ed il Comune di Taormina (patrocinato formalmente dall’avv. Maimone Ansaldo Patti, ma di fatto dal proprio figlio Siciliano Francesco, incompatibile all’esercizio della professione legale in quanto ricercatore universitario) ed avente ad oggetto la ristrutturazione dell’Hotel Castellamare di Taormina – prima con pressioni e minacce implicite, poi con minacce esplicite di perseguirlo penalmente, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere l’ingegner Spampinato Francesco, nominato perito dal T.A.R. nella predetta causa, a redigere un elaborato favorevole al Comune di Taormina (e quindi anche all’attività professionale del figlio Francesco). E, una volta depositata la relazione, a modificarne quegli aspetti astrattamente favorevoli alla s.r.l. DECISA: in tal modo volendo altresì ottenere un ritorno vantaggioso per l’accrescimento della propria influenza; non riuscendovi per cause indipendenti dalla sua volontà e, precisamente, perché la persona offesa non cedeva ad intimidazioni e minacce”.

La seconda vicenda riguarda un contenzioso fra il Comune di Taormina e la Impregilo.

In particolare:
“Su istigazione di Occhipinti Domenico, liquidatore della s.p.a. Impregilo, per il tramite dell’amico Michele Caudo, compiva atti diretti in modo non equivoco ad indurre La Mattina Antonino, Commissario Straordinario del Comune di Taormina, ad accettare la proposta transattiva di 26 milioni di euro in merito ad un contenzioso civilistico tra il predetto Comune e la predetta s.p.a.: somma di cui 2 milioni di euro sarebbero stati divisi tra coloro che avrebbero contribuito al buon esito dell’affare; non riuscendovi per cause indipendenti dalla sua volontà”.

La terza vicenda riguarda un’inchiesta sulle ZPS

In particolare:
“Induceva i membri della Commissione di Valutazione di Incidenza Ambientale (fra cui Pitalà Leone e Dolfin Sergio) ed i funzionari presso il Settore Edilizia Privata dell’Ufficio Urbanistica del Comune di Messina (tra cui l’arch. Schiera Vincenzo e Cacciola Vincenzo) ad attribuire indebitamente utilità all’ingegner Sansone (dirigente dell’assessorato Territorio ed Ambiente della Regione) consistite nel riconoscimento della competenza dell’ufficio del Sansone in materia di valutazione di incidenza ambientale nelle Zone a Protezione Speciale (ZPS) esautorando l’organismo comunale e la citata Commissione ed altresì consistite nell’ottenere un ritorno vantaggioso per l’accrescimento della propria influenza”.


L’amministrazione della giustizia nel Distretto di Messina presenta da anni ombre molto rilevanti, mai dissipate.

A questo link abbiamo riportato a suo tempo la notizia – anche questa data in sordina dai mezzi di comunicazione – della condanna (in primo grado) di altri due magistrati messinesi - Giovanni Lembo e Marcello Mondello – all’epoca dei fatti rispettivamente Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia e Capo dei G.I.P. di Messina, a cinque e sette anni di reclusione per favoreggiamento della mafia e concorso in associazione mafiosa.

A questo link è possibile rivedere una puntata della trasmissione di Carlo Lucarelli Blu Notte, andata in onda il 5 ottobre 2008, dedicata ai misteri giudiziari di Messina.

A questo link è possibile vedere i video di un convegno su “La crisi della giustizia a Messina” tenutosi nel dicembre 2008.




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